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	<title>Tito Archivi - La voce di Bolzano</title>
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		<title>Foibe: la storia della famiglia di Teodoro Ghizzi, scappata all&#8217;odio dei partigiani titini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro Sighel]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Feb 2022 10:57:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alto Adige]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.lavocedibolzano.it/wp-content/uploads/2022/02/Schermata-2022-02-28-alle-12.01.32-150x150.png" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lavocedibolzano.it/wp-content/uploads/2022/02/Schermata-2022-02-28-alle-12.01.32-150x150.png 150w, https://www.lavocedibolzano.it/wp-content/uploads/2022/02/Schermata-2022-02-28-alle-12.01.32-80x80.png 80w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />Ogni 10 febbraio ricorre la giornata del ricordo in cui si commemorano le vittime delle foibe e si ricordano gli esuli istriani. Per questa ragione, a livello nazionale, è stato anche istituito il “Comitato 10 febbraio”. Uno dei referenti del comitato a livello regionale è Maurizio Puglisi Ghizzi. Il motivo del suo impegno nel ricordo della vicenda [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.lavocedibolzano.it/wp-content/uploads/2022/02/Schermata-2022-02-28-alle-12.01.32-150x150.png" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lavocedibolzano.it/wp-content/uploads/2022/02/Schermata-2022-02-28-alle-12.01.32-150x150.png 150w, https://www.lavocedibolzano.it/wp-content/uploads/2022/02/Schermata-2022-02-28-alle-12.01.32-80x80.png 80w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /><p style="text-align: justify;">Ogni 10 febbraio ricorre la <strong>giornata del ricordo</strong> in cui si commemorano le vittime delle foibe e si ricordano gli esuli istriani. Per questa ragione, a livello nazionale, è stato anche istituito il <em>“Comitato 10 febbraio</em>”. Uno dei referenti del comitato a livello regionale è <strong>Maurizio Puglisi Ghizzi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo del suo impegno nel ricordo della vicenda istriana è da ricercare nelle origini e nella <strong>storia della sua famiglia</strong>. I parenti da parte di madre di Puglisi Ghizzi erano infatti <strong>istriani</strong>. Vivevano <strong>tra Pola e Fiume</strong> e la loro presenza sul territorio risale al 1400. Nonostante la <strong>guerra in Ucraina</strong> che incombe e tiene banco sui media da oltre una settimana la loro storia merita di essere raccontata per tenere sempre alta l&#8217;attenzione su una parte della storia purtroppo drammatica.</p>
<p style="text-align: justify;">I “<em>Ghizzi</em>” insomma, erano in <strong>Istria da sempre.</strong> La famiglia era benestante. La nonna di Maurizio era figlia del caporedattore de “<em>La Vedetta d’Italia</em>”, un <strong>giornale</strong> irredentista di Fiume  mentre il nonno era figlio di un funzionario di stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrambi provenivano da famiglie benestanti ed avevano dei <strong>vasti possedimenti</strong>. I due, di nome <strong>Argene Rack e Teodoro Ghizzi</strong>, si erano <strong>conosciuti a Fiume</strong> frequentando le stesse compagnie e le stesse scuole. Avevano deciso di farsi una famiglia e si sono <strong>sposati</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Teodoro, oltre a frequentare l’università, lavorava come <strong>dirigente in una petrolchimica</strong>. Assieme alla moglie, fra il 1940 e il 1941 ha avuto due figlie che è stato costretto a lasciare quando è <strong>scoppiata la guerra</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Teodoro è dovuto <strong>partire in guerra</strong> nel ’41 come ufficiale di artiglieria. Essendo lui in grado di parlare perfettamente il tedesco è stato scelto come <strong>ufficiale di collegamento</strong> con la wermacht.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ufficiale ha combattuto in Grecia e persino in Russia. L’8 settembre 1943 stava <strong>tornando con il suo plotone verso Fiume</strong>  con un treno tedesco. Il generale Badoglio, dopo aver rovesciato il governo, aveva schierato l’Italia dalla parte degli alleati.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli italiani dunque, sono passati dal <strong>combattere dalla stessa parte</strong> della barricata tedesca ad essere loro <strong>nemici</strong>. Tutto da un giorno all’altro e all’oscuro degli italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">I tedeschi sono venuti subito a sapere del <strong>cambio di schieramento italiano</strong> ed hanno preso provvedimenti. Hanno fermato il treno del plotone italiano che stava transitando in Macedonia, hanno disarmato i militari e li hanno deportati nei <strong>campi di prigionia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Teodoro si è rimasto internato per ben 2 anni, passando per <strong>14 diversi campi di concentramento</strong> fra la Lituania e la Polonia. In un battito di ciglia infatti, a sua insaputa, era diventato un nemico. Nei campi di prigionia tedeschi il cibo scarseggiava, si dormiva dentro delle baracche di legno ed il lavoro era massacrante.</p>
<p style="text-align: justify;">Teodoro, un uomo alto un metro e 85 per  90 kg, dopo due anni di prigionia pesava poco più della metà rispetto a quando era arrivato. Durante questi anni invece, <strong>Argene è rimasta a Fiume</strong>. Rimasta sola a badare a due bambine e al fratello piccolo.</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>situazione era drammatica</strong>. Erano costretti a rimanere asserragliati in casa. La notte erano costretti a buttare olio dalle finestre per evitare che i partigiani si aggrappassero ed entrassero in casa. <strong>Vivevano nella paura</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">I titini, alleati con i partigiani comunisti, nella notte, facevano infatti i <strong>rastrellamenti nelle case</strong>, si arrampicavano sulle grondaie ed entravano nelle abitazioni nelle quali sapevano esserci delle famiglie italiane. Le atrocità che avvenivano dopo, sono indescrivibili.</p>
<p style="text-align: justify;">A difendere la città dalle scorribande c’erano i militari tedeschi ed alcuni <strong>combattenti della Xª Mas</strong>. A loro si erano uniti anche  i partigiani bianchi. I partigiani rossi invece collaboravano con Tito <strong>nell’infoibare gli italiani</strong> e nel fare pulizia etnica.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’atmosfera di paura è continuata per più di due anni. Il 30 aprile del 1945 i <strong>tedeschi si sono arresi</strong>. Teodoro si è svegliato in un campo di prigionia in Polonia e, assieme agli altri commilitoni si è accorto di essere libero.</p>
<p style="text-align: justify;">Le porte erano aperte, le guardie assenti. I tedeschi erano scappati. Si è capito che la <strong>guerra era finita. L’inferno invece no</strong>. Fiume era ancora occupata dai criminali titini.</p>
<p style="text-align: justify;">Teodoro, dopo mille peripezie, con dei mezzi di fortuna, è riuscito a <strong>tornare nella sua città.</strong> Non si sarebbe mai aspettato di trovarsi davanti una situazione del genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi giorni dopo essere tornato dalla sua famiglia, l’uomo, ancora prima di rendersi conto di cosa stesse accadendo, è stato fermato in strada da un <strong>gruppo di polizia jugoslava</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ stato allora portato di forza nella palestra del <strong>liceo classico</strong> nel quale aveva studiato da ragazzo. Lì, era stato organizzato un &#8220;<em>tribunale del popolo</em>&#8221; dove quattro titini, con i mitra spianati, dall’alto di uno scranno, decidevano della vita di decine di persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Facevano <strong>entrare</strong> nella stanza un <strong>italiano alla volta</strong> e lo processavano in maniera sommaria. Gli parlavano in croato per 5 minuti senza dare alcuna possibilità di replica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giudizio era unanime ed uguale per tutti. I cosiddetti “<em>nemici del popolo</em>”, la cui <strong>unica colpa era di essere italiani</strong>, venivano portati in cortile e <strong>uccisi</strong>. Un colpo alla testa era il destino di tutti gli italiani che entravano nella palestra.</p>
<p style="text-align: justify;">Non venivano trucidati solamente gli individui che avevano avuto delle implicazioni con il partito fascista. Venivano uccise anche le persone comuni solo per la loro nazionalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Teodoro stava dunque aspettando il suo colpo in testa. Si vedeva già la morte in faccia. Un colpo di fortuna gli ha invece salvato la vita. Quel giorno, qualche “<em>resistente</em>” della X Mas ancora in lotta, ha tirato una <strong>granata sulla scuola.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I <strong>partigiani si sono dispersi</strong>. Teodoro ha visto aprirsi un varco nel cortile ed  è <strong>scappato</strong>. Dopo essere tornato a casa ha organizzato una fuga rocambolesca. Sarebbe stato impossibile continuare a vivere in città.</p>
<p style="text-align: justify;">Argene, il marito, le due figlie Marina e Mariagrazia, il piccolo Lavinio, fratello di Argene ed alcuni vicini sono fuggiti in fretta e furia. <strong>Avevano perso tutto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I possedimenti non erano più loro e non lo sarebbero mai più tornati. Fortunatamente sono riusciti a scappare in maniera inosservata e ad arrivare in un <strong>campo profughi a Trieste</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Di tutte le proprietà e le ricchezze da loro possedute, non erano <strong>rimaste che un paio di monete</strong>. C’era però stato chi aveva avuto più <strong>sfortuna</strong>. Molti dei parenti di Teodoro infatti avevano avuto una <strong>sorte molto peggiore.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno è finito in una foiba, un’insenatura carsica profonda decine, centinaia di metri oppure appeso  con dei ganci da macello fuori dalla <strong>porta della propria abitazione</strong>. Erano infatti questi i metodi <strong>adottati dai titini</strong>. E nulla si poteva fare contro un <strong>odio</strong> così scellerato.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò è accaduto naturalmente sotto gli <strong>occhi del governo italiano</strong> che non si è mosso minimamente per <strong>cercare di salvare i suoi figli in Istria. </strong>Dopo l’arrivo al <strong>campo profughi di Trieste</strong>, la famiglia Ghizzi è stata inserita nelle liste di <strong>proscrizione</strong> jugoslave.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniva quindi loro <strong>negato l’accesso</strong> in jugoslavia. Nessuno di loro sarebbe più potuto <strong>rientrare in patria</strong> fino al trattato di Osimo del 1970. La <strong>pena era la morte</strong>. O meglio, 30 anni di campo di prigionia, che nella maggior parte dei casi si <strong>traduceva in morte.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il 70’ gli <strong>esuli istriani</strong> sono potuti tornare in <strong>patria da visitatori.</strong> I loro beni erano stati tutti requisiti. Non aveva nessun <strong>diritto sulle loro proprietà</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessun diritto sulla loro patria che era stata <strong>svenduta</strong>. Dopo aver vissuto per centinaia di anni in un posto, generazione dopo generazione, quei pochi istriani sopravvissuti sono tornati a casa loro <strong>essendo null’altro che turisti</strong>.</p>
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