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Meta abbandona il fact-checking e la diversità: un segnale del nuovo corso conservatore delle big tech
Il vento del cambiamento soffia forte sulla Silicon Valley, riflettendo il clima politico statunitense. Con l’imminente ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e il controllo repubblicano di Camera e Senato, molte grandi aziende tecnologiche stanno rivedendo le proprie politiche in favore di una linea più conservatrice. Tra queste, Meta si distingue per decisioni clamorose e divisive, che stanno facendo discutere l’opinione pubblica e il mondo politico. Nell’arco di una settimana, la società guidata da Mark Zuckerberg ha annunciato lo stop al fact-checking su Facebook e Instagram e ha eliminato i programmi dedicati alla diversità e all’inclusione.
La decisione di Meta di abbandonare i fact-checker sulle sue piattaforme social ha scatenato reazioni contrastanti. Elon Musk, CEO di X (ex Twitter), ha commentato con entusiasmo definendola “fantastica”, mentre il presidente Joe Biden ha duramente criticato la mossa, definendola “vergognosa” e un attacco alla verità. “La verità conta. Il fatto che dei miliardari possano decidere che non conta più è scandaloso”, ha dichiarato Biden, denunciando l’impatto che questa scelta potrebbe avere sulla qualità dell’informazione e sulla lotta alla disinformazione online.
Meta ha giustificato la svolta, dichiarando che i fact-checker saranno sostituiti dal sistema Community Notes, già implementato con successo su X. Questo programma consente agli utenti di aggiungere annotazioni ai post per contestualizzarli o correggerli, ma il suo funzionamento è lontano dall’essere perfetto. Se da una parte la “saggezza della folla” può contribuire a segnalare contenuti fuorvianti, dall’altra il sistema è vulnerabile a manipolazioni di massa, polarizzazioni ideologiche e difficoltà nel verificare informazioni complesse o tecniche. Inoltre, affidarsi esclusivamente agli utenti rischia di deresponsabilizzare le piattaforme stesse, alimentando la percezione che il controllo sulla veridicità delle informazioni sia secondario rispetto all’engagement.
Parallelamente, Meta ha annunciato l’eliminazione dei programmi DEI (diversity, equity and inclusion), che negli ultimi anni avevano mirato a ridurre le disuguaglianze razziali e di genere all’interno dell’azienda. Grazie a queste iniziative, Meta aveva ottenuto risultati significativi, come l’aumento della rappresentanza di dipendenti neri e ispanici negli Stati Uniti, passata rispettivamente dal 3,8% al 4,9% e dal 5,2% al 6,7%. Tuttavia, Zuckerberg ha definito queste politiche “antiquate” e ha dichiarato che saranno sostituite da approcci più generici per affrontare i pregiudizi, senza focalizzarsi su specifici gruppi demografici.
Anche altre grandi aziende americane stanno seguendo un percorso simile. Amazon, McDonald’s, Walmart e Ford hanno recentemente ridimensionato o eliminato i loro programmi di inclusività, sostenendo che siano diventati “obsoleti”. Società finanziarie come JPMorgan Chase e BlackRock, invece, si sono ritirate da iniziative per il contrasto al cambiamento climatico, dopo anni di pressioni da parte dei repubblicani che accusano queste politiche di “attivismo progressista”.
Le scelte di Meta rappresentano un segnale forte del cambiamento culturale ed economico in atto. La Silicon Valley, un tempo considerata baluardo di valori progressisti, sembra ora incline a riallinearsi con i nuovi equilibri politici.
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