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Le nostre storie

Natalino Bernato: una vita per il Cinema in Alto Adige

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Dalle sale cinematografiche che hanno fatto la storia, al museo del cinema che rischia la chiusura – parabola di un uomo che crede nel potere della Settima Arte.

Lo incontro in quello che è il suo mondo da una vita, tra le luci soffuse e l’odore delle vecchie – pericolosissime – pellicole in nitrato. Un odore che per chi, come lui, ama da sempre la Settima Arte, è evocazione di ricordi e di mondi fantastici.

L’edificio è un anonimo capannone come ce ne sono tanti nella zona artigianale di Bolzano, a un passo da note aziende e dal palazzo del ghiaccio, ma sconosciuto ai più.

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Qui dove da anni accoglie e cataloga qualsiasi cosa abbia appartenuto a quel mondo, con turisti e scolaresche in visita, Natalino aspetta che qualcuno si “accorga” che in questo luogo inadatto è custodito un tesoro di arte, cultura e costume, che non può restare qui ancora a lungo.

Da anni Natalino, una vita passata tra i proiettori delle sale cinematografiche e i titoli dei film, cerca un appoggio per trasferire il suo museo in una struttura più consona alla sua valorizzazione e a costi più contenuti.

Un appello che, ad oggi, non è stato ancora raccolto, come se il cinema non rappresentasse un’arte sufficientemente elevata da meritare attenzione e rispetto.

Un amore quello di Natalino, nato nell’infanzia trascorsa in Belgio, quando nel corso delle proiezioni cinematografiche a scuola era sempre il primo a offrirsi di stare dietro al proiettore; e proseguito nell’adolescenza quando, appena arrivato a Bolzano e senza sapere una parola di italiano, trascorreva il tempo fuori dal cinematografo parrocchiale perché non sapeva come chiedere di entrare.

Preso sotto l’ala del parroco, che si chiedeva cosa facesse quel ragazzo tutti i giorni davanti al cinema e che lo introdusse nell’ambiente, da allora quella di Natalino è stata una carriera tutta in ascesa come gestore di sale cinematografiche in tutto l’Alto Adige.

Natalino, cosa c’è di vero che hai iniziato col cinema pornografico?

È la verità. Un po’ perché negli anni in cui ho gestito i cinema, ho contribuito a portare il genere, ma soprattutto perché il primo cinema che ho rilevato e gestito a tutti gli effetti, il Sole di Laives, all’epoca aveva solo programmazione pornografica.

E devo dire che con quel genere ho fatto i soldi, che ho poi investito per il miglioramento della sala.

Ma quando ho deciso di tornare alla programmazione diciamo “normale”, è stato difficile far capire alla gente che non proiettavamo più quei film.

Allora facevo così: anche se in sala non c’era nessuno, accendevo gli altoparlanti e il suono si diffondeva sulla strada (allora la cabina era sopraelevata rispetto alla strada e esterna, perciò il suono si diffondeva al di fuori del cinema).

Piano piano la gente ha cominciato a capire che i film che proiettavo erano per tutti. Era divertente vedere le persone affacciarsi timidamente nell’atrio e sbirciare il cartellone del film in programma, come dire: “posso?”.

Poi bisogna dire che ho portato le persone in sala dando a carnevale i crostoli o i krapfen compresi nel prezzo del biglietto.

Di che anni stiamo parlando?

Parliamo degli anni ’80. In quegli anni e nei successivi ho gestito diverse sale, tra cui il Concordia di Bolzano e ho portato tanti titoli oggi divenuti dei cult.

Com’era il cinema allora?

In realtà era quasi come adesso. Nel senso che lo strapotere lo avevano le grandi sale che proponevano i blockbuster conditi da mezzora di pubblicità e dai pop corn.

E poi cerano quelli come me che avevano il coraggio di portare un cinema diverso, che gestivano sale più piccole e ci provavano, a offrire qualcosa di diverso.

Io ho introdotto i corti prima del film invece che la pubblicità; e a portare certi titoli.

Oggi tutti conosciamo il film “Mediterraneo” perché ha vinto l’Oscar, ma allora quando l’ho programmato io, in piena estate, è stato davvero un azzardo.

Ecco, la differenza tra allora e oggi è questa: allora si lavorava senza i contributi pubblici e a premiare le tue scelte era il pubblico; oggi, anche per questo, manca il coraggio di fare quelle scelte che allora facevamo, manca la volontà di opporsi al potere delle multisala.

Tu oggi non lavori più, ma il tuo grandissimo amore per la Settima Arte ti ha fatto imbarcare nell’avventura del museo; come ci sei arrivato?

In realtà devo ringraziare infinitamente il Dr. Lampis, che all’epoca era direttore della ripartizione cultura italiana. Fu lui a darmi l’idea del museo e a darmi il sostegno finanziario iniziale.

Decisione che all’epoca gli attirò molte critiche.

Fino ad allora mi ero limitato ad accumulare qualsiasi cosa mi capitasse sotto mano che riguardasse il cinema, sia in provincia che dal resto d’Italia.

Materiali abbandonati per decenni negli scantinati di sale cinematografiche ma anche case private, pellicole antiche e rare, manifesti, proiettori…tutto ciò che potete vedere qui dentro.

Com’è possibile che gli stessi altoatesini ignorino per la maggior parte l’esistenza di questo patrimonio?

Mah, sa….sono anni che combatto perché il Museo venga considerato di più dalla pubblica amministrazione; fino ad ora ho dovuto investire di tasca mia per mantenerlo, pagare l’affitto del capannone, la pubblicità….ma non ce la faccio da solo.

Ad oggi sono principalmente le classi scolastiche e qualche turista che arrivano qui da noi, ma di certo non basta a incassare cifre sufficienti a mantenere la struttura e, anzi, a trasferirla in una sede più consona.

Quindi dobbiamo aspettarci cosa?

Temo che entro l’anno dovrò chiudere. Se non fosse stato per l’Assessore Provinciale ai Musei Mussner, che ci ha dato contributi per ben due volte, il museo avrebbe già chiuso.

Io e i miei soci stiamo bussando a tutte le porte per ottenere almeno una sede adeguata, ma ad oggi non si è smosso nulla. Ci rispondono che non ci sono strutture pubbliche libere per poter ospitare il museo.

Stiamo sperando da anni in un cenno di interesse da parte dell’assessorato alla cultura italiana (il museo è per ¾ di competenza italiana), ma ad oggi sembrano sordi alle esigenze del museo.

Come se non fosse cultura. Qui dentro invece è custodito un patrimonio anche in termini di cultura sociale, oltre che di tecnica del cinema.

Cosa dovrebbe diventare invece secondo la vostra visione, se arrivasse il miracolo a sostegno del museo?

Vorremmo che andasse molto oltre il museo, per il semplice fatto che il cinema non è materia morta, tutt’altro; parliamo di un’arte che più contemporanea e in evoluzione non si può.

Accanto al museo vorremmo ampliare la parte, che è già attiva, di corsi di recitazione. Non solo: il mio sogno è avviare un laboratorio di restauro di pellicole d’epoca, cosa che già io faccio ma che si potrebbe rendere un vero e proprio lavoro anche per tanti giovani appassionati di arte cinematografica.

E ancora, vorrei proporre corsi di storia del cinema, rassegne tematiche (qualcosa, nonostante tutto, stiamo già facendo), insomma, vorrei che potesse diventare un vero e proprio polo di attrazione per tutti gli amanti del cinema, oltre che una seria opportunità di crearsi una professione per i giovani talentuosi. Ma per ora è solo un sogno.

Chissà, in fondo il cinema è per definizione la fabbrica dei sogni. Magari, dopo aver fatto sognare nei cinema altoatesini generazioni di spettatori, stavolta Natalino realizzerà il suo.

Noi glielo auguriamo perché sosteniamo tutto ciò che è arte e cultura.

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Le nostre storie

I diritti negati di un padre separato di lingua italiana in Alto Adige: la storia del Dottor Costantino Gallo

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L’appuntamento era per la mattina di lunedì 25 febbraio davanti al tribunale di Bolzano per l’udienza che ha visto protagonista un medico separato residente a Padova, padre di due bambini che vivono in Alto Adige con la mamma e hanno frequentato, a fasi alterne, istituti scolastici di lingua italiana ma anche di lingua tedesca.

Presenti anche molti dei rappresentanti del MoVimento 5 Stelle bolzanino e veneto per “un sostegno civile e morale a chi conduce le battaglie per il proprio diritto di genitore a ricevere informazioni e comunicazioni che riguardano i propri figli, dalla scuola alla Sanità, nella propria lingua madre. Ma non solo. Anche per ottenere il diritto di compartecipare alle decisioni sull’accompagnamento dei figli minori da parte di terze persone, che necessita l’autorizzazione sia della mamma che del papà“, ha sottolineato anche il probabile futuro candidato pentastellato all’Europarlamento Fabrizio Pollinzi.

E il caso di Costantino Gallo, direttore dell’UOSD Progetti e Ricerca clinica dell’Azienda ospedaliera Università di Padova, è emblematico delle difficoltà che un padre separato residente fuori dal capoluogo deve affrontare nella “lotta” contro gli istituti scolastici altoatesini e con la Asl locale per l’ottenimento del rispetto, da una parte, del principio della bigenitorialità e dall’altra del bilinguismo nella documentazione (istituzionale e non), “senza riuscire ad ottenere un’interlocuzione soddisfacente o costruttiva con le dirigenze della Provincia autonoma di Bolzano”.

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Sono due dunque gli ordini di problemi di rilevanza non trascurabile per il dottor Gallo, ma anche per tutti coloro che si trovano in situazioni simili: la consegna o l’affidamento dei figli in ambito extrascolastico a terze persone non autorizzate e la battaglia per l’ottenimento anche di semplici cartelle cliniche o pagelle in lingua Italiana, combattuta a suon di decine di email e telefonate alle quali viene risposto che “la traduzione non è realizzabile per un problema di costi”.

L’obiettivo è quello di cercare di sanare, per l’ennesima volta, l’abuso ricevuto dalla Provincia di Bolzano o meglio dagli Enti, dalle scuole di lingua italiana e tedesca alla Asl – dice Gallo – . Parlo della consegna di documenti che sono dovuti per la legge 54/2006 sulla bigenitorialità e che ad oggi faccio fatica ad ottenere”.

E la saga, iniziata sei anni fa, nel 2013, non sembra avere una fine. Dal 2014 poi, in seguito all’inasprimento di alcuni contenziosi con la ex moglie, anche lei medico, al dottor Gallo era stata negata la possibilità di seguire l’educazione dei figli, allora entrambi iscritti a una scuola di lingua tedesca che, come da prassi pare consolidata trasmette tutte le circolari, pagelle comprese, esclusivamente nella lingua del “Walther”.

Un idioma purtroppo sconosciuto al medico di origine molisana naturalizzato padovano che più volte e senza successo ha richiesto la relativa traduzione italiana.

Gallo, assistito dall’avvocato Martina Botton, aveva già provveduto a denunciare alle autorità competenti i funzionari delle scuole dei figli e il presidente della Provincia autonoma di Bolzano.

Dal Landeshauptmann il dirigente medico ha ottenuto una sola risposta: per avere la possibilità di leggere i documenti si sarebbe dovuto rassegnare ad imparare il tedesco. Nulla invece la risposta da parte dell’allora vice presidente Christian Tommasini, piuttosto deludente quella della direzione generale del Ministero dell’Istruzione, dichiaratasi “non competente giuridicamente e territorialmente”.

Come già riportato da alcuni articoli di quotidiani del Veneto che hanno raccontato l’annosa vicenda, anche la decisione di iscrivere i bambini in una scuola tedesca a parere della mamma “per l’oggettivo vantaggio nella preparazione della certificazione per l’accesso a concorsi pubblici” non ha convinto i giudici del Tribunale di Padova i quali, nella successiva sentenza che obbliga all’iscrizione di entrambi i bimbi ad una scuola di lingua italiana, sottolineano che 

tale assunto, il quale porterebbe ad affermare l’esistenza di una discriminazione tra cittadini italiani e quelli che si formano in scuole di madrelingua tedesca, non può giustificare la scelta della scuola tedesca sotto il profilo della discriminazione del genitore che non è di lingua tedesca nell’accesso alle istituzioni scolastiche e dunque al percorso formativo del figlio”.

La sensazione – conclude Gallo – è che ci si trovi di fronte a una tutela ottusa e ad oltranza dell’arbitrarietà con la quale la Provincia gestisce l’autonomia linguistica, ovvero che nelle scuole di lingua tedesca la lingua italiana deve essere trattata come lingua straniera e così anche i genitori che hanno la sfortuna di averla come lingua madre”.

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