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Benessere e Salute

Dire addio per incontrarsi: il rapporto di coppia oggi, tra crisi e risorse

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Negli ultimi decenni i rapporti di coppia sono andati incontro ad una serie di profonde trasformazioni.

Il modello tradizionale basato sul matrimonio è entrato in crisi, sia per la presenza di una sempre maggiore libertà sessuale, sia per un’intolleranza delle persone nei confronti dei vincoli, degli obblighi, delle formalità e anche se molti ancora scelgono il matrimonio, si trovano poi spesso a separarsi e a divorziare nel giro di pochi anni, se non mesi. 

Negli Stati Uniti quasi il 70% dei matrimoni finisce in un divorzio; in Italia i dati parlano chiaro: per 100 matrimoni che si celebrano nel corso dell’anno, 23,5 coppie si separano.

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Dai dati rilevati dall’Istat nell’ultimo report del 2018, sulla popolazione residente per stato civile emerge che: tra i 25 e i 34 anni non sono ancora sposati l’81% degli uomini e il 65% delle donne. Il confronto tra questi dati e quelli del censimento del 1991 mette in evidenza profondi cambiamenti: sono oltre 3 milioni i coniugati in meno a vantaggio di un corrispettivo aumento di celibi e nubili. Si registra poi un aumento dei divorziati, più che quadruplicati dal 1991.

In aumento, invece, le unioni civili e il numero delle coppie conviventi e dei single. 

Sembra dunque che sia sempre più difficile dare una scadenza a lungo termine al rapporto di coppia: incomprensioni, litigi, crisi sono sempre più frequenti e la durata media delle relazioni diminuisce vertiginosamente.

Dai dati Istat emerge, inoltre, come le unioni più forti siano quelle tra partner psicologicamente maturi. Questo, a mio avviso è il dato che dovrebbe farci riflettere di più.

Viviamo in una società che impone esigenze sempre più elevate e che ci spinge a maturare sempre più tardi. All’età di 30 anni siamo spesso costretti a vivere ancora a casa di mamma e papà, non perché lo vogliamo ma perché il costo medio della vita è diventato troppo elevato da poter essere sostenuto con un “Part Time” o con un lavoro a “Tempo Determinato”. 

Questo influenza molto la crescita individuale e la stessa vita di coppia. Sempre più coppie decidono di non sposarsi o di “non metter su famiglia” proprio per questa situazione di continua precarietà in cui si trovano a dover “sopravvivere”, che non gli consente di compiere quell’atto di separazione, reale e simbolico, dal nucleo familiare originario, utile alla crescita e alla maturazione psicologica.

Con questa situazione di partenza, i “giovani”, ormai non più tanto giovani, non sono in grado di compiere una separazione consapevole, da una mamma che accudisce e nutre e da un padre che guida e protegge, pertanto, come possono prendere in mano la propria valigia carica di responsabilità ed iniziare in maniera matura ed Adulta il proprio viaggio in coppia?

Attualmente, i partner sembrano non riuscire più a gestire le difficoltà che normalmente si incontrano nella vita di coppia, se non con la decisione di dare un taglio a ciò che un tempo sembrava un desiderio comune. 

Alcuni direbbero “le coppie di oggi non hanno più pazienza” in parte è vero, forse perché viviamo in un contesto del “tutto e subito!”, in cui ci sono sempre più libertà e tutto è a portata di mano.

In parte è dovuto a quella perenne “immaturità generazionale” in cui sono bloccati.

A questo punto credo sia importante fare delle azioni concrete che possano aiutare i partner a crescere come individui e come coppia. 

Una di queste azioni potrebbe essere quella di comprendere cosa c’è dietro i momenti di crisi di una coppia. 

Esistono in realtà, delle fisiologiche fasi evolutive che la coppia attraversa e che, se superate, possono fortificare la coppia ed evitarne la rottura, vediamo insieme quali sono.

Fase 1 – Innamoramento: Ovvero la fase in cui i “Bambini” dei due partner  si “annusano” e si piacciono, sono attratti uno verso l’altro piacevolmente.

Da una parte, come dice Berne, riconosciamo transferalmente nell’altro il coprotagonista del nostro copione, colui che potrà svolgere il ruolo complementare negli schemi relazionali che abbiamo appreso nell’infanzia, schemi che ci suonano familiari e in cui ci sentiamo comodi. Nello stesso tempo intravediamo nell’altro anche caratteristiche nuove, nuovi Permessi per la soddisfazione di bisogni e aspirazioni finora silenziati. 

In questa fase c’è un alto livello di idealizzazione dell’altro. 

Fase 2 – Individuazione-differenziazione: Durante questa fase, uno o entrambi i partner riprendono a esplorare aree più personali: interessi, amicizie esterne alla coppia, autorealizzazione.

Questa fase può essere occasione di sviluppo e di crescita personale e contiene la possibilità di aggiornare l’immagine dell’altro in una visione più realistica, che comprenda gli inevitabili limiti e le differenze. Se la delusione prevale sulla disillusione, questa fase può essere vissuta come profonda crisi da uno o entrambi i partner, che possono vivere la fine della fase fusionale come fine del legame o rimanere intrappolati in una definizione rigida dell’altro e della coppia. La definizione rigida dell’altro viene contaminata da paure e aspettative irrealistiche fondate sulle esperienze di relazione avute con le figure genitoriali.

L’attuale decisione sulla relazione spesso dipende da decisioni di vita prese durante l’infanzia. I partner possono finire imprigionati dentro vecchi schemi appresi dal modello genitoriale, anziché essere in grado di procedere verso una interdipendenza Adulta. Spesso è in questa fase che si decide la vita della coppia. 

Fase 3 – Ri-avvicinamento: Se si guarda all’altro e alla relazione con uno sguardo Adulto e non più infantile come quello della prima fase dell’innamoramento, è possibile ri-conoscersi in modo più realistico in un nuovo equilibrio, trovando nuove motivazioni a stare insieme. Occorre congedare le aspettative magiche sull’altro per consentire nuovi inizi nella relazione, dirsi molte volte addio, per ritrovarsi.

Quando l’idealizzazione dell’innamoramento finisce, inizia la fase più impegnativa di una relazione matura. Questo implica divenire più realistici. L’amore adulto richiede coraggio, fiducia e speranza, su un cammino di continua trasformazione. Nel corso della vita di coppia i partner devono essere in grado di tollerare molti finali, tanti quanti inizi, nella stessa relazione, specialmente in un contesto sociale che è spesso ambivalente rispetto al cambiamento e incapace di offrire molto sostegno. 

In questa fase è necessario, in controtendenza rispetto alla diffusa cultura utilitaristica e narcisista, accettare il limite dell’altro e, nello stesso tempo, recuperare gli ideali fondanti della coppia, base per un più solido legame e impegno in un aggiornato progetto condiviso. 

Fase 4- Nuovo legame: Superata la fase precedente, si avvia uno stadio di interdipendenza, dove le aspettative sull’altro non sono più quelle infantili e irrealistiche e la coppia può riformulare un nuovo contratto più Adulto. La coppia può tornare a sentirsi stabile, base “sufficientemente buona” per ciascuno dei due partner, un legame di attaccamento sicuro adulto.

Da ciò è comprensibile come, nel processo di formazione di una coppia, ognuno porti con se una valigia piena di schemi, immagini, fotografie, appunti: tali elementi descrivono “il modo di stare con” che ogni soggetto ha appreso nel corso della sua vita e in particolare durante l’infanzia.

Seguendo la teoria dell’Analisi Transazionale, diremmo che, quello che facciamo all’interno della relazione di coppia in particolare, ma in generale in tutte le relazioni sociali, segue un copione, persino la scelta del partner e, in ogni copione ci sono gli attori di cui ognuno di noi ha bisogno per portarlo avanti.

Nella scelta del partner, ognuno si trova nella posizione di un impresario: l’uomo cerca la prima donna che sappia recitare la parte prevista nel suo copione, e la donna cerca un primo attore per il ruolo che si adatta al suo copione. Durante il periodo di prova vengono selezionati i candidati capaci di dare risposte appropriate, ed esclusi gli altri.

Affinchè la vita di coppia sia duratura e felice, a prescindere dalle influenze della società in cui ci ritroviamo a dover vivere, credo sia necessario risvegliare la nostra parte Adulta e tagliare quei fili invisibili che ci tengono ancora legati a quell’idea di amore che abbiamo ricercato da bambini nei nostri genitori, ed agire, all’interno del rapporto di coppia, come persone autentiche.

Spesso mi capita di vedere coppie bloccate all’interno della loro relazione a causa di una confusione interna tra desideri genitoriali introiettati e bisogni propri, tra il desiderio di trovare o ritrovare l’amore genitoriale mai avuto o ricevuto in maniera non conforme alle proprie aspettative infantili e bisogni ancora poco conosciuti, a cui non viene dato il permesso di emergere e di essere sentiti ed espressi liberamente. 

Preferiamo restare Bambini e rimanere attaccati a questi fantasmi genitoriali per perderci nell’illusione di un amore inconsapevolmente malato piuttosto che dire addio a questi fantasmi e vivere pienamente un nuovo modo sano di amare e di sentirsi amati.

Dunque “dire addio per incontrarsi”… per poter incontrare veramente e profondamente l’altro è necessario dire addio a quell’attesa di amore infantile, all’attesa di quelle carezze mai ricevute.

 

Il contributo per La Voce di Bolzano è della dottoressa Giovanna Parente, Psicologa Psicoterapeuta libero professionista specializzata in Gestalt e Analisi Transazionale, Psicologa scolastica presso l’Istituto Pluricomprensivo di Brunico-Val Pusteria.

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Ansia da concepimento: quando il figlio non arriva

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Per molte coppie il pensiero di avere un figlio e vederlo nascere avviene molto spontaneamente. Per altre esaudire tale desiderio non è né facile né scontato. Il desiderio di avere un bambino muta e matura con il tempo, porta con sé speranze, timori, aspettative e l’idea di una realizzazione personale e di coppia. 

Quando passano i mesi e non accade nulla la prima reazione è spesso quella dell’incredulità. Inizia a  instaurarsi un saliscendi di emozioni: negazione, rabbia, rifiuto. Paura.

Infertilità, sterilità maschile, infezioni, le cause possono essere molte, compresi problemi psicologici. Molte ricerche hanno infatti dimostrato che esistono fattori psicologici in grado di incidere o di condizionare la gravidanza, interferendo con ovulazione e spermatogenesi. 

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Presso l’università dell’Ohio è stato dimostrato che situazioni emotive intense e persistenti possono produrre un aumento dei livelli di ormoni (prolattina ed LH) che regolano il ciclo femminile, causando alterazioni dell’ovulazione e delle mestruazioni.

Situazioni di stress intenso possono avere un effetto diretto anche sulla fertilità maschile, influenzando la qualità del liquido seminale con una riduzione del volume, della mobilità e della concentrazione degli spermatozoi. Anche i livelli di testosterone e la produzione degli spermatozoi possono essere influenzati dallo stress. 

In momenti delicati, come quello della ricerca di un figlio, la coppia stessa è sottoposta ad un forte pressione esterna ed interna. La componente psico-emozionale, dunque, può incidere sulla fertilità con meccanismi molto diversi: per questo la tendenza oggi è di considerare più fattori come cause.

Rivolgersi a uno specialista per assicurarsi che non ci siano problemi biologici nella donna o nell’uomo è il primo passo di ogni coppia. Alcune sentono anche più specialisti, sottoponendosi ad analisi mediche e cure invasive in un vortice di emozioni: dallo choc al rifiuto, dalla collera all’angoscia, dall’ansia alla frustrazione fino ai sensi di colpa.

Per affrontare al meglio queste situazioni lo psicologo può essere un valido alleato. Psicologi e psicoterapeuti possono aiutare la coppia a trovare le risorse per restare unita, fino a essere uno il sostegno dell’altro.

Come? Offrendo uno spazio di ascolto competente che possa aiutare la donna, l’uomo e/o la coppia a ritrovare un equilibrio con sé stessi, a trovare le proprie risorse ad ascoltarsi e comprendersi.

 

Il contributo per La Voce di Bolzano è della  Dott.ssa Daniela Boati. Psicologa, perfezionata in ambito post partum, genitorialità, coppia e sessualità.

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Benessere e Salute

Convivere con la celiachia, alcuni consigli

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La celiachia è una patologia che colpisce più le donne (145.759 donne) che gli uomini ( 60.802) esemplificando possiamo dire che 2/3 della popolazione celiaca è donna.

Ma al femminile la risposta immunitaria è più veloce probabilmente anche perché il fisico è più preparato a combattere le infezioni, specificatamente quelle post parto.

Di fatto l’unica dieta possibile è quella aglutinata con le farine che si possono utilizzare che sono: crema e amido di riso, farina di mais, maizena, miglio, soia, tapioca, castagne, ceci e genericamente quelle derivate dai legumi.

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Per lo svezzamento si introduce il glutine a 12 mesi che non riduce il rischio, ma posticipa la comparsa della celiachia.

Anche per la celiachia è consigliato il movimento, specialmente la ginnastica aerobica che riduce i rischi cardiovascolari.

La dieta dev’essere particolarmente ricca di frutta e verdura specialmente quella rossa, viola e blu scuro che sono i colori che indicano la presenza di antociani che sono degli antiossidanti della famiglia dei polifenoli, in grado di garantire una maggiore tonicità ai tessuti venosi e quindi maggiore spinta al flusso sanguigno.

Mirtilli, ribes e uva nera sono da magiare con la buccia. Consigliati anche more, melanzane, cavoli, radicchio, cavolfiori e patate viola; senza tralasciare la vitamina C che si trova negli agrumi, fragole., kiwi, rucola e pomodori.

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Benessere e Salute

Codici: manganese e Parkinson, il legame che minaccia i saldatori

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L’Associazione Codici lancia una nuova campagna per la salute.

Riguarda una malattia professionale, che colpisce soprattutto gli operai saldatori, le persone più esposte al manganese. Questa sostanza, quando viene respirata sotto forma di polveri, provoca gravi conseguenze, fino al Parkinson.

È su questa correlazione che si basa l’iniziativa che Codici ha deciso di avviare, per fare chiarezza e giustizia.

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Ricerche scientifiche hanno analizzato il legame tra il Parkinson e l’esposizione lavorativa – spiega il Segretario Nazionale di Codici Ivano Giacomelliin particolare uno studio statunitense mette in evidenza che i lavoratori esposti ai fumi di saldatura presentano un rischio maggiore di sviluppare lesioni cerebrali e, nello specifico, la malattia di Parkinson. Vogliamo fare luce su questo collegamento e capire se le aziende per cui i saldatori hanno lavorato, ammalandosi, hanno adottato tutte le garanzie di prevenzione necessarie“.

Gli operai, ma anche i sindacati possono segnalare casi di Parkinson tra i saldatori contattando l’Associazione al numero 065571996 oppure all’indirizzo email segreteria_nazionale@codici.org.

Codici studierà le carte e si attiverà affinché i lavoratori colpiti ottengano giustizia.

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