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L’ipermercato come specchio dell’anima: il debutto di “Guarda le luci, amore mio”

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«Chi fa politica, chi scrive sui giornali, gli esperti, chiunque non abbia mai messo piede in un ipermercato, ignora la realtà». Questa frase di Annie Ernaux, Premio Nobel per la letteratura nel 2022, definisce il perimetro di una sfida teatrale coraggiosa: trasformare il “non-luogo” per eccellenza, il centro commerciale, in un tempio della riflessione antropologica.

Lo spettacolo “Guarda le luci, amore mio” viene presentato in prima Nazionale dal 12 al 15 febbraio a Bolzano. Si tratta di una prestigiosa co-produzione tra il Teatro Stabile di Bolzano, il Teatro Nazionale di Torino e la collaborazione con Teatro di Dioniso, Riccione Teatro e L’orma editore.

Al centro dello spettacolo c’è il diario di un anno che la Ernaux ha dedicato all’osservazione del “suo” Auchan. Non è una semplice critica al consumismo, ma una cronaca di “umanità minima”: tra una lista della spesa e l’altra, emergono solitudini, differenze di classe, ma anche piccole e inaspettate tenerezze tra gli scaffali. L’ipermercato diventa così il “teatro segreto” dove la nostra società si manifesta con più forza.

Sul palco, dirette da Michela Cescon, si muovono due presenze che sono poi la stessa persona: la scrittrice e l’osservatrice. Sono due attrici, Valeria Solarino e Silvia Gallerano, capaci di dialogare e ascoltarsi continuamente, dando vita a un’indagine che trasforma l’ipermercato in un luogo di ricordi individuali e collettivi. Il punto di forza dell’allestimento risiede nel contrasto magnetico tra le due protagoniste: la Solarino, con la sua misura interpretativa cristallina, si fonde perfettamente con la fisicità viscerale della Gallerano.

Il centro commerciale è un incrocio di persone di vario tipo, colore, ceto, stato e diventa quindi un mondo collettivo, una sorta di ritorno al mondo sociale, almeno apparentemente. Ma è anche un luogo doppio, che di giorno rappresenta la vita (o la corsa che imita la vita) mentre di notte, quando tutto è chiuso e spento, rappresenta la morte e ci fa paura.

Ipermercato e centro commerciale rappresentano una comunità di desideri ma non di azione; sono luoghi che spengono la ribellione e ci fanno allineare sempre di più. L’analisi portata in scena scava nelle pieghe della nostra quotidianità, il centro commerciale è un luogo fatto da regole e da ruoli: lo si vede bene negli interminabili scaffali di giocattoli rigorosamente suddivisi tra quelli per i maschietti, che parlano di guerre, esplorazioni e supereroi, di apertura verso il mondo e quelli per le femminucce, che parlano di bambole e di cucine, di ferri da stiro e biberon, di una chiusura in casa.

Sorge spontaneo un interrogativo: il centro commerciale è un luogo di socialità? In qualche modo lo è, o lo era, visto che la tecnologia lo sta trasformando in un luogo di solitudine. Scompaiono le cassiere e compaiono le casse automatiche: si può fare tranquillamente la spesa senza neanche dirsi una parola.

Attraverso la regia di Michela Cescon, lo spettacolo ci spinge a guardare con occhi nuovi quegli spazi che attraversiamo meccanicamente. È un invito a riscoprire il valore dei luoghi di aggregazione fisica, ricordandoci che, anche tra le montagne di merci, batte un cuore umano fatto di desideri e bisogni primari.

Lo spettacolo evidenzia una frattura profonda: c’è un dentro e un fuori l’ipermercato. Le tragedie che succedono fuori ci toccano fino a un certo punto, magari ci commuoviamo per il dolore altrui, ma sono lacrime di coccodrillo: una volta rientrati in quel luogo di acquisto ci ributtiamo nel consumismo. Sono tanti gli spunti sociologici, psicologici e anche personali che ci offre uno spettacolo di questo tipo. Sicuramente ognuno di noi ha avuto pensieri simili quando per un attimo si è soffermato a guardare se stesso e le altre persone correre verso gli scaffali e verso le casse.

Probabilmente gli ipermercati andranno a scomparire, sostituiti dagli ordini online in cui la merce viene consegnata direttamente nelle case nel giro di poche ore. E ci ritroveremo a ricordare quei giorni con nostalgia, come quelli più anziani ricordano con nostalgia le botteghe di paese.

Vale la pena alzarsi dal divano e uscire di casa per andare a teatro a vedere “Guarda le luci, amore mio” al Teatro Studio di Bolzano? Se hai voglia di guardare alla realtà quotidiana del fare la spesa con occhi diversi e maggiore consapevolezza, allora ne vale la pena. Se ti senti un po’ ribelle e vuoi costruire comunità anche in un non-luogo che tende all’individualismo, allora ne vale due volte la pena.

 

Roberta Casagranda

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