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Foto al buco nero: realizzato a Bolzano il ‘cervello’ di antenne Alma

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Nello storico risultato raggiunto con la prima immagine scattata ad un buco nero c’è anche il contributo dell’Alto Adige.

Lo sanno i fratelli Vinicio e Roberto Biasi, fondatori di Microgate, un’azienda che dal 1989 opera a Bolzano nei settori dell’elettronica, informatica e aerospaziale.

Una trentina di dipendenti, di cui 9 ingegneri specializzati nei diversi rami, rappresentano il cuore dell’azienda.

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Microgate ha potuto collaborare all’ottenimento di questo incredibile risultato scientifico realizzando il “cervello” delle antenne dell’osservatorio Alma, tra quelli che hanno permesso la realizzazione della foto del buco nero. La sfida? Quella di “spingere il progetto ai limiti della tecnologia”.

Il cervello delle antenne è la parte che controlla il movimento ed il puntamento e deve essere molto preciso per consentire di ottenere il risultato raggiunto. Inoltre abbiamo realizzato anche un sistema che permette di correggere distorsioni del puntamento dovute ad agenti atmosferici, come vento e temperatura“, ha spiegato Roberto Biasi.

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eTestDays: l’elettrico muove l’economia altoatesina

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Nel 2018 sono state 670 le domande di partecipazione all’iniziativa “eTestDays” per testare un’auto elettrica, cosa che hanno effettivamente potuto fare 61 aziende e imprese per quattro giorni nella loro quotidianità.

Ora inizierà la seconda edizione degli eTestDays che darà una nuova possibilità di convincersi dell’idoneità delle auto elettriche nel quotidiano, della loro utilità e convenienza economica.

Salire in macchina, mettere in moto e convincersi della potenza, silenziosità e piacere di guida dei veicoli elettrici: la mobilità elettrica deve essere provata in prima persona. L’iniziativa eTestDays mira proprio a risvegliare l’attrazione per questa tecnologia innovativa”, spiega Daniel Alfreider, assessore alla mobilità.

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L’iniziativa si rivolge a tutte le aziende e imprese altoatesine e dà la possibilità di testare in prima persona un veicolo elettrico per quattro giorni nella quotidianità aziendale.

Dal 25 febbraio al 24 marzo tutti gli interessati possono fare domanda di partecipazione su www.greenmobility.bz.it.

Con un po’ di fortuna, a maggio 2019 si potrà testare un veicolo elettrico direttamente in azienda. Saranno messe a disposizione una gamma di veicoli elettrici a batteria e a idrogeno, nonché ibridi plug-in di costruttori automobilistici innovativi. Di particolare interesse è il veicolo da trasporto, quest’anno disponibile per la prima volta.

La partecipazione agli eTestDays per le aziende e le imprese è gratuita; solo i costi dell’energia per i processi di ricarica nelle aree private o aziendali sono a carico dell’azienda. Chi desidera ricaricare il veicolo presso una stazione di ricarica pubblica Alperia riceverà una tessera gratuita per tutta la durata dell’iniziativa.

L’iniziativa eTestDays è organizzata da Green Mobility della STA – Strutture Trasporto Alto Adige SpA, con il contributo di Alperia e viene sostenuta anche quest’anno dalle associazioni di categoria altoatesine (hds unione, Assoimprenditori Alto Adige, lvh.apa, HGV, CNA-SHV e Südtiroler Bauernbund SBB), da SWREA Economia Alto Adige e dalla Camera di Commercio di Bolzano.

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Museo di Scienze di Bolzano: le piante sopravvissero alla più grande estinzione di massa della storia

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Furono le piante le uniche forme di vita a sopravvivere alla più grande estinzione di massa della storia.

Lo rivela uno studio di Evelyn Kustatscher e Hendrik Nowak del Museo di Scienze Naturali di Bolzano ed Elke Schneebeli-Hermann dell’Università di Zurigo pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Nature Communications.

Il risultato rivoluziona il modo di pensare le dinamiche delle estinzioni di massa.

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Tra i periodi Permiano e Triassico, circa 252 milioni di anni fa, le piante non subirono l’estinzione di massa che invece, com’è ormai documentato, fece scomparire la maggior parte degli animali, soprattutto marini.

L’articolo, dal titolo “No mass extinction for land plants at the Permian-Triassic transition”, è stato pubblicato oggi, 23 gennaio 2019, sulla prestigiosa rivista scientifica online open access Nature Communications (www.nature.com/ncomms), edita dal gruppo Nature.

Finora si pensava che la grande estinzione di massa del limite Permiano-Triassico avesse coinvolto sia gli animali che le piante, e che entrambi avessero reagito allo stesso modo agli sconvolgimenti che la produssero – chiarisce Evelyn Kustatscher – . Questa ricerca dimostra che non è così. Si verificò certamente la scomparsa di alcune piante, ma in una misura trascurabile rispetto a quella di oltre il 50 per cento dei generi o famiglie, come precedentemente supposto da alcuni studi. Ciò cambia di molto il nostro modo di ipotizzare le dinamiche di un’estinzione di massa”.

Questo risultato è frutto di due anni di intenso lavoro di raccolta e confronto di dati provenienti da tutto il mondo.

L’obiettivo era capire cosa successe alle piante in un arco temporale che inizia col Permiano superiore (260 milioni di anni fa) e si conclude col Triassico medio (circa 235 milioni di anni fa).

Abbiamo messo insieme e analizzato più di 34.000 record di spore e pollini e oltre 8.000 record di piante terrestri fossili di quel periodo”, spiega Hendrik Nowak.

Sulla base di essi, i tre ricercatori hanno condotto una vera e propria analisi della biodiversità globale e dei cambiamenti che la flora subì milioni di anni fa.

Fino ad oggi i microfossili di spore e pollini, molto più abbondanti rispetto ai macrofossili di piante, non erano mai stati utilizzati per uno studio di portata così ampia”, aggiunge Elke Schneebeli-Hermann.

Ma perché le piante reagirono in maniera del tutto diversa dagli animali alla grande estinzione di massa?

Non si sa ancora con certezza – risponde Evelyn Kustatscher – ma il motivo potrebbe risiedere nel fatto che le spore, e in particolare i semi, sono in grado di sopportare lunghi periodi di avversità prima di germinare, anche dopo centinaia di anni. Ciò naturalmente per gli animali non è possibile”.

Lo studio è parte del progetto “The end-Permian mass extinction in the Southern and Eastern Alps: extinction rates vs. taphonomic biases in different depositional environments” finanziato dall’Euregio Science Fund.

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Ricaricare il cellulare ogni due settimane: in sperimentazione batterie al fluoruro

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Ricaricare lo smartphone solo ogni due settimane: un sogno che potrebbe diventare realtà grazie a batterie di nuova concezione basate sul fluoruro.

Per la rivista Science, le batterie che durano otto volte più a lungo delle attuali agli ioni di litio entreranno nel mercato.

La ricerca è guidata dal Jet Propulsion Laboratory (Jpl), gestito dall’Istituto di Tecnologia della California (Caltech) per conto della Nasa.

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Siamo ancora ai primi stadi di sviluppo”, dice Simon Jones, che ha partecipato alla ricerca guidata da Victoria Davis, “ma questa è la prima batteria al fluoruro ricaricabile che funziona a temperatura ambiente”.

Le batterie producono elettricità facendo spostare atomi carichi, detti anche ioni, dal polo positivo a quello negativo e viceversa.

La chiave di volta è stata le scelta del liquido migliore in cui far lavorare gli ioni, chiamato BTFE, che mantiene il fluoruro stabile.

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