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L’impertinente

La Voce di Bolzano all’era delle intimidazioni: una Asl “confusa” minaccia il giornale

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Foto sanitainformazione.it

La Direzione dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige annuncia via mail la possibilità di ricorrere a vie legali contro La Voce di Bolzano. Con mail genericamente firmata. Ma tant’è.

Casus belli, un articolo pubblicato il 18 novembre 2018 ad opera del nostro collaboratore satirico Bellerofonte.

Sanità altoatesina, la caduta di un impero , questo il titolo dell’articolo, realizza una panoramica sintetica ed efficace su una realtà che è sotto gli occhi di tutti: un’unica azienda sanitaria fatta da cinque aziende che ha una spesa quintuplicata per volontà politica e non per necessità che grava sulle tasche dei contribuenti, con risultati in termini di performance da denuncia alla Corte dei Conti piuttosto che da Quotidiano della Sanità.

Un contributo, quello del nostro giornale, che non ignora le criticità del sistema sanitario altoatesino a fronte di un miliardo e trecento milioni di budget annuo a disposizione della Asl locale: mancanza di personale sopperita con il reclutamento di esterni che costano più dei dipendenti, concorsi dove vengono affidati incarichi a dirigenti risultati inidonei e non ultimo, le ormai celebri lungaggini delle liste di attesa, con un CUPP che non funziona a dispetto di ripartizioni create appositamente per la risoluzione dell’annosa problematica.

Un esperimento di informazione precedente avvenne con la pubblicazione di Come Penelope al Cup: la sanità altoatesina e il cronico problema delle liste di attesa: il critico predecessore nei confronti della difficile situazione in cui versa il Centro Unico Prenotazione dell’ASL dell’Alto Adige non si risparmiò nemmeno quella volta di dire che Il Re è nudo.

Non fu certo il nostro Bellerofonte il primo a mettere il dito in una piaga ormai già conosciuta e le cui conseguenze erano state più o meno già dibattute sulle pagine della stampa locale.

Certo il più impertinente, ma la sua fu una critica che più desiderava assomigliare a un incitamento: quello alla realizzazione in tempi rapidi di una politica sanitaria unificata e conseguentemente anche di un centro unico per le prenotazioni che sarebbe andato a raccogliere le disponibilità tra tutti i vari ospedali e distretti. 

E non ci vuole un ministro della Salute per comprendere che una proposta d’offerta più ampia corrisponderebbe a una scelta più ampia anche per l’utenza, riducendo drasticamente i tempi d’attesa.

Arrivarono quindi i tempi, più recenti, di una critica altrettanto costruttiva, seppure rilanciata con l’uso di una certa satira, caratteristica preminente del nostro brillante collaboratore.

Sanità altoatesina, la caduta di un impero è stato di fatto il pezzo in grado di scatenare le ire e le rivendicazioni da parte della Asl locale, che in quella occasione ha pensato fosse cosa naturale avanzare la minaccia delle vie legali come strumento di intimidazione.

Che il gesto possa classificarsi come tentativo di censura nei confronti della stampa? Solo un’ipotesi. Il movente non ci è noto. Ma il modus operandi si.

Sappiamo che la “missiva” recapitataci in redazione sotto forma di e-mail non risulta firmata da nessun dirigente o da un soggetto a cui sia riconducibile una qualsivoglia responsabilità.

Niente riferimenti a un dipartimento, un gabinetto (ufficio di) o, che sappiamo, a un dg qualsiasi. 

Solo la generica accusa di non poter fornire “la minima prova della correttezza di quanto affermato” e “senza offrire alcuna prova a contraddittorio” o diritto di replica.

Ci riserviamo il diritto di intraprendere ulteriori provvedimenti anche per le vie legali“, si legge nel testo firmato da una generica Direzione dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige.

Il povero Bellerofonte mi rispose allora che il diritto di critica e di satira (che non contempli di includere dichiarazioni diffamatorie) esiste e che se qualsivoglia dirigente avesse richiesto di esercitare il suo sacrosanto diritto di replica questo sarebbe stato immediatamente concesso. Uno strumento subito suggerito dalla redazione, con netto rifiuto del suo utilizzo da parte del soggetto interessato.

E’ il caso del dott. Luca Armanaschi, responsabile designato dall’ex dg Schael quale direttore dell’allora neo istituita Ripartizione per l’assistenza ospedaliera, con il compito di supporto alla direzione sanitaria dal punto di vista tecnico-amministrativo, che reagisce oggi con toni minatori ad un articolo che comunque non denigra il suo operato, e che gli attribuisce al contrario il profilo del santo che non fa miracoli (se sia lui anche il suggeritore/mittente della mail intimidatoria non ci è noto).

I fatti ci dicono però che proprio l’altro ieri (6 dicembre) nell’incontro intercorso con i sindacati di categoria, nel documento prodotto a margine dello stesso incontro, il dirigente dichiara un netto del miglioramento dell’operatività del CUPP, decantando la possibilità di prenotare prestazioni a livello aziendale per alcune branche sia telefonicamente che on-line sin da ora, per poi aggiungere altre tipologie di prestazioni a breve (ma non si sa quando).

Tutta questa operazione, che sa tanto di tattiche apprese dal libro L’Arte Della Guerra di Sun Tzu, avrà il suo totale compimento entro il 2020. Ovvero, il buon Armanaschi afferma che per regolarizzare la posizione del CUPP ci vorrà un biennio.

Allora come la mettiamo con la risposta scritta del 7 febbraio 2017 all’interrogazione dell’ex consigliere M5S  – ora rappresentante dell’omonimo gruppo – Paul Kollensperger, la 2481/2016 del 16 novembre 2016, nella quale la rappresentante politica della Sanità confermava che il CUPP sarebbe stato operativo da li a sei mesi?

La soluzione manifestata alle organizzazioni sindacali è invero, con un concetto simile a quanto scritto anche in altra sede, paragonabile ad una toppa fatta con la gomma da masticare per arginare la falla del Titanic, un totale e sistematico paradosso.

Lungi dall’essere diffamatoria, la constatazione è piuttosto una presa d’atto della reale situazione dei tempi di prenotazione di una visita medica in Alto Adige.

E qui, lo ricordiamo, la singola attribuzione delle responsabilità è difficile come l’individuazione della posizione del dado nel gioco dei tre bicchieri. Se fatto da un professionista della giocoleria burocratica, non troveremo l’oggetto sotto nessuna superficie. Perché, semplicemente, “è stato Nessuno”.

Dopo avere pensato inizialmente a una burla, la verità si è però stesa chiara davanti ai nostri occhi e sgomenti abbiamo dovuto riconoscerla: la mail non firmata da alcuno riconduceva al modus e alla disorganizzazione tipici della struttura della Asl locale. Una sorta di lucida confusione per cui il dardo si lancia ma se il danno viene fatto, nessuno è responsabile. 

Le mille scuse che potranno essere addotte alla pratica sopra indicata non potranno più smentire il principio per il quale un atto intimidatorio non formalizzato, equivale a una non presa di responsabilità, o a una responsabilità che fa eventualmente capo a: Nessuno.

Avete capito bene. La mail intimidatoria in questo caso è a firma del signor/dottor/dirigente/responsabile/dg?: No. Proprio nessuno.

E’ così che all’interno dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige si accetta di discutere sulla bontà o meno dell’operato messo in atto in relazione al proprio incarico dirigenziale. Non si replica a mezzo stampa. Si intimidisce.

In caso di emergenza, rompere il vetro. Questa è la regola. Chi rompe paga e i cocci sono i suoi. Anzi no. I cocci rimangono cocci, basta una spazzata per farli finire sotto il tappeto, fino a quando qualcuno non abbia l’ardire di sollevarne un lembo. Solo allora la presa di responsabilità si fa concreta. 

L’impavida dichiarazione, in quel caso, potrebbe suonare più o meno così: “Noi lo sappiamo chi è stato! Il signor Nessuno”.

In un discorso più generale, lo stesso sottosegretario alla Salute Armando Bartolazzi, in altro riferimento alle criticità di sistema rilevate questa volta per le cure palliative, durante un’audizione in commissione Affari sociali alla Camera del 5 dicembre, afferma:

Bisogna prendere atto che lo sviluppo delle reti locali di cure palliative e l’identificazione dei requisiti minimi per l’accreditamento e l’adozione di modelli organizzativi uniformi, sono obiettivi non ancora raggiunti da tutte le Regioni dal momento che le Regioni Abruzzo, Molise, la Provincia autonoma di Bolzano e Valle d’Aosta non hanno ancora recepito l’intesa del 25 luglio 2012“.

Le criticità dunque ci sono, ma vige ancora la regola tutta italica del “divieto individuazione responsabilità“. Noi ci informiamo per raccontare. E vi informiamo. Per diritto di cronaca ma soprattutto per rispetto della verità.

“Wir sind in jedem Bereich immer an der Spitze”. La lesa maestà è punita con l’invettiva. Non ci stiamo. Per parafrasare il buon Craxi in una postuma pubblicazione, noi parliamo e continuiamo a parlare.

Se come dice uno dei nostri più stimati ispiratori “la fila dei servi è sempre più lunga di quella che serve ai padroni”, possiamo altrettanto affermare che se, giornalisticamente parlando, dovessimo contare la fila delle gobbe rispetto a quella delle cosiddette “schiene dritte” otterremmo il risultato di uno sconfinato paesaggio collinare di leopardiana memoria, in cui la dimensione della curvatura è quasi sempre direttamente proporzionale non certo al valore e alla volontà del singolo giornalista, ma alla lunghezza del guinzaglio di chi tira le fila. 

Orizzonte a perdersi. 

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L’impertinente

Tutti contro Zerzer o Zerzer contro tutti?

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Tutti contro Zerzer o Zerzer contro tutti? La domanda sorge spontanea, preso atto delle più recenti dichiarazioni da parte del dg dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige che parlerebbero di persecuzione mediatica.

Noi questo non lo sappiamo, ma gli accertamenti preliminari affidati dalla Procura di Bolzano alla Guardia di Finanza sulle presunte irregolarità della nomina a direttore generale del Dottor Florian Zerzer rischiano tuttavia l’apertura di un vaso di Pandora dalle conseguenze per l’Azienda sanitaria altoatesina che potremmo definire di portata epocale.

Allo stato attuale, la mancanza di alcuni dei requisiti previsti dalla normativa vigente metterebbero Zerzer nella posizione di non essere davvero mai stato idoneo alla nomina.

Lo abbiamo scritto in diverse occasioni, ma amiamo ripeterci: a un’analisi attenta dell’art. 2 del Decreto del Presidente della Provincia 27/2017, che cita i requisiti per accedere all’elenco provinciale degli idonei alla carica di direttore generale dell’Azienda sanitaria, colpisce l’assenza di uno o più elementi atti a fare dell’attuale dg il candidato ideale per il ruolo.

A partire dalla mancata iscrizione all’albo nazionale degli idonei alla nomina (visibile qui), istituito presso il Ministero della Salute, e dalla successiva indicazione da parte di una commissione di valutazione istituita con decreto del presidente n. 12118/2018, a sua volta apparentemente illegittima.

Tale presunta illegittimità deriverebbe da un vizio di costituzione, che sarebbe avvenuta in base a una normativa provinciale in contrasto con quella nazionale (il Decreto Legislativo 171/2016 “Attuazione della delega di cui all’articolo 11, comma 1, lettera p), della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di dirigenza sanitaria”.)

Il presidente Kompatscher avrebbe dunque nominato una commissione non idonea? Se così fosse, la medesima avrebbe proposto Zerzer come potenziale commissario, la Giunta con a capo Kompatscher avrebbe nominato Zerzer alla direzione generale e senza iscrizione all’albo nazionale e così il cerchio si chiuderebbe.

E al centro di talune questioni degne di una più approfondita verifica logica, ci sarebbe anche la serie di misure adottate dall’amministrazione provinciale e dallo stesso Zerzer tra il 26 settembre e il 2 ottobre 2018, in vista dell’accesso alla carica.

Ma procediamo con ordine: il 26 settembre 2018 Florian Zerzer scrive al Dipartimento delle risorse umane della Provincia e al suo datore di lavoro, il consigliere Richard Theiner, informandoli delle sue dimissioni dalla carica di Direttore del Dipartimento Sviluppo del Territorio, Ambiente ed Energia con decorrenza 1° ottobre 2018. Dimissioni che vengono accettate.

Lo stesso giorno, con decreto del Presidente della Provincia (D.P.P.) n. 18686/2018 del 28/09/2018 Kompatscher revoca quindi a Zerzer la nomina, che venne effettuata sempre con D.P.P. 2243/2014, mediante chiamata esterna ovvero “…a persone estranee all’amministrazione provinciale…” (art. 14, comma 2, Legge Provinciale 10/1992).

A distanza di qualche ora, con il D.P.P. n. 19008/2018 del 01/10/2018 il presidente Kompatscher, su proposta dell’assessore Richard Theiner, nomina nuovamente Florian Zerzer quale Direttore del Dipartimento Sviluppo del Territorio, Ambiente ed Energia. Con una differenza che si nota nel quinto capoverso in premessa del decreto, dove si legge stavolta che “Il signor Zerzer è un dipendente provinciale con lavoro a tempo indeterminato”.

Ed ecco servito il paradosso: il 26/09/2018 Zerzer si dimette da incaricato esterno, nello stesso giorno Theiner lo ripropone per lo stesso incarico e Kompatscher lo rinomina in qualità questa volta di dipendente della Provincia a tempo indeterminato.

Zerzer dunque, che è inizialmente un direttore esterno all’amministrazione provinciale, si dimette e nella stessa giornata viene rinominato per lo stesso incarico, con la variante che nella rinomina si ritrova “dipendente a tempo indeterminato” e non più esterno della Provincia.

Ma passiamo al D.P.P. n. 20064/2018 del 12/10/2018: con questo decreto, il presidente Kompatscher revoca nuovamente l’incarico a Zerzer. Con lettera dell’11/10/2018, Zerzer in accordo con l’assessore Theiner, comunica il recesso da Direttore del Dipartimento Sviluppo del Territorio, Ambiente ed Energia appena dieci giorni dopo la nomina da parte di Kompatscher.

A questo punto, potremmo provare a immaginare le motivazioni di un simile “volteggio” di nomine/dimissioni/rinomine, non certo illegittime, ma che certamente sollevano una questione di utilità: la nuova revoca di Zerzer poteva essere necessaria ai fini del nuovo incarico di Generaldirektor che avrebbe assunto il 02/10/2018?

(con delibera n. 1007, in quanto l’art. 3bis, comma 11, del Decreto Legislativo 502/92, prevede che “La nomina a direttore generale, amministrativo e sanitario determina per i lavoratori dipendenti il collocamento in aspettativa senza assegni e il diritto al mantenimento del posto”.)

L’ipotesi che tale revoca sia servita a salvaguardare il futuro lavorativo di Zerzer prende prepotentemente corpo, e si avvalora se si pensa che proprio in caso di decadenza dal nuovo incarico di direttore dell’ASL AA a causa di tutte le contraddizioni evidenziate, Zerzer comunque si ritroverebbe con una posizione in seno all’amministrazione provinciale a tempo indeterminato, posizione alla quale ancora non riusciamo a capacitarci di come sia riuscito ad accedere in sole 24 ore e senza uno straccio di concorso.

Se Zerzer cadrà, lo farà comunque in piedi? Questo è il dilemma. 

Non ultima, resterebbe la questione del possesso o meno da parte del dg, di un certificato di formazione manageriale in campo sanitario (ovvero Corso di Formazione manageriale per i Direttori Sanitari Aziendali ed i Direttori di Unità Organizzativa Complessa di Aziende ed Enti del Servizio Sanitario) o in alternativa di un titolo di studio in materia di gestione, ottenuto all’estero e valutato dalla commissione competente del Paese di provenienza ai sensi dell’articolo 46/ter della legge nazionale del 5 marzo 2001, n. 7.

Nel caso di mancato possesso del documento atto a certificare la frequenza e l’ottenimento dell’attestato richiesto, ma in presenza nel contempo di una dichiarazione ufficiale del suo conseguimento, ad aggravare la situazione di Zerzer ci sarebbe a questo punto non solo l’autocertificazione di un corso che non ha mai frequentato ma peggio, di un titolo che non ha mai ottenuto ma che tuttavia rappresentava una precondizione essenziale per renderlo, ancora una volta, idoneo alla candidatura per il ruolo di direttore generale dell’Azienda sanitaria.

Nel caso malaugurato fosse così (ma noi auspichiamo il contrario) potremmo parlare dell’ipotesi di falsa dichiarazione in atto pubblico e violazione dell’articolo 496 del Codice penale. In una sola parola: reato.

Sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Bolzano, c’è infine anche il rinnovo del servizio assicurativo sulla responsabilità dei medici per colpa grave.

Come già anticipato in un nostro precedente articolo Impicci, proroghe, rappezzi e impunità: l’Asl alla saga dei rinnovi assicurativi (è già leggenda) quello del rinnovo dell’assicurazione sulla responsabilità civile del servizio medico e la relativa copertura per colpa grave si preannuncia come un’altra delle questioni esplosive su cui si sta concentrando l’attenzione del pubblico ministero Igor Secco.

Uno scherzo dalle implicazioni fatali che qualche mese fa, fece ignobilmente rotolare la testa dell’ex direttore generale della Asl altoatesina, Thomas Schael.

In ballo ci sarebbe anche la liceità di un contratto da più di 7 milioni concordato telefonicamente in un filo diretto tra Bolzano e Vienna: vi ricordate quando all’inizio dell’estate scorsa ci fu quella bagarre misto politico/amministrativa circa la polizza assicurativa, che copriva i rischi dell’Azienda Sanitaria?

Allora si parlava di una polizza in imminente scadenza e per il cui rinnovo nessuno aveva fatto nulla, tanto da scomodare Arno Kompatscher, che con una telefonata strategica in meno di dieci minuti raggiunse un accordo con la compagnia assicuratrice Uniqa, riuscendo a strappare in extremis un contratto annuale, così da salvare la faccia e la reputazione dell’Azienda Sanitaria, quella che sarebbe dovuta diventare “un modello da esportare in tutto il mondo” (cit.).

Resta infine il collegamento tra l’assicurazione degli ospedali e l’assicurazione personale dei medici: poiché in entrambi i casi è stata utilizzata per anni la stessa compagnia di assicurazione, si vuole ora esaminare se nell’ambito di questo accordo il servizio medico paghi o meno contributi indiretti, che devono essere effettuati dai medici personalmente (questione di cui ha parlato a lungo anche il sindacato dei medici ANAAO).

Si tratta ancora, in tutti i casi e lo ricordiamo, di indagini preliminari. E la strada per fare chiarezza si preannuncia tutta in salita.

 

Il ritratto di copertina proviene dalla nostra rubrica satirica e d’inchiesta “Angolo di Bellerofonte”. A breve l’appuntamento con l’ennesimo viaggio del nostro mitico collaboratore Fabrizio Pollinzi.

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L’impertinente

Andreas Hofer non trova pace: lo spirito cattolico e il tradimento dell’Impero che gli voltò le spalle

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Andreas Hofer non trova ancora pace.

Crescendo ho imparato che non vi sono nemici da combattere, ma verità da difendere.

Dovuta premessa per fugare ogni dubbio dall’idea che il mio approccio ad Hofer “diverso” dagli Schutzen sia pretestuoso, campanilistico, da tifoseria o addirittura anti Asburgico.

Il casato degli Asburgo, fino alla rinuncia dell’imperatore Francesco II d’Asburgo del titolo di imperatore del sacro romano impero, scegliendo di mantenere solo il più modesto titolo di imperatore di Austria e Ungheria, trasmetteva il titolo di imperatori del Sacro Romano Impero, titolo che ha avuto origine dall’incoronazione di Carlo Magno, avvenuta la notte di natale dell’anno 800.

Dunque chi ha a cuore e trova nella classicità romana il proprio modello e riferimento valoriale, non può che abbracciare benevolmente il casato degli Asburgo. Certamente, come accadde nel periodo dell’impero romano, anche durante le reggenze degli Asburgo, non tutti gl’Imperatori furono all’altezza e degni dell’incarico ad essi affidato.

Ad esempio l’imperatrice Maria Teresa, con mano più energica rispetto ad imperatori che secoli prima l’avevano preceduta – vedi Corrado II e Massimiliano I – mise in atto una germanizzazione dei territori di lingua d’origine latina senza precedenti: Costa divenne Kostner, Ciampac divenne Kompatscher e così via.

Il figlio Giuseppe II nell’anno 1785 di propria iniziativa rinominò il Trentino in Tirolo meridionale. Il suo successore al trono, il fratello Leopoldo, fu illuminista massone come Giuseppe II, entrambi anti cattolici. Francesco Giuseppe (del quale si racconta che sia stato figlio di Napoleone) volle e firmò la legge anti italiana.

Così si espresse il Consiglio della Corona il 12 novembre 1866, «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno. Sua maestà richiama gli uffici centrali al forte dovere di procedere in questo modo a quanto stabilito».

Con questi precedenti, le accuse volte al governo Giolitti, conseguentemente alla legge del governo italiano volta all’italianizzazione dei territori del Trentino e dell’Alto Adige – nome cambiato da Napoleone – sono ingiustificate, in quanto rientrano nella spietata legge del contra e patior, “soffrire il contrario”.

Per tornare ad Hofer, la storia ineluttabilmente testimonia che fu un patriota, difensore della sua terra e dei principi religiosi cattolici, non fu mai anti italiano, perché l’Italia politicamente esiste dal 1861. Fu italiano geograficamente, in quanto la natura ha stabilito che le alpi segnassero il confine settentrionale della penisola italica, così come anche ricordato nella divina commedia dal sommo poeta Dante.

Hofer fu un eroe e martire cristiano, tradito da un suo compaesano Franz Raffl, e dal suo imperatore Francesco II d’Asburgo.

Quest’ultimo – mentre Andreas si accingeva ad esalare l’ultimo respiro – nel contempo a Vienna festeggiava il matrimonio tra Napoleone e Maria Luisa d’Asburgo. Hofer aveva dunque combattuto contro Napoleone, lo stesso che lo condannò a morte!

Sul patibolo furono queste le ultime sprezzanti parole di Hofer: “Franz, Franz, questo lo devo a te!“, con ciò riferendosi a Francesco I (rinunciando al titolo di imperatore del sacro romano impero il nome da Francesco II, cambiò in I), che era passato dalla parte di Napoleone.

Andreas Hofer era fervente cattolico sempre immerso nella preghiera, con una condotta di vita esemplare.

Riporto il seguente dettaglio di una sua ordinanza: ”Molti de’ miei buoni fratelli d’armi e difensori della Patria si sono scandalizzati che le donne d’ogni condizione coprano il loro petto e i loro bracci troppo poco ovvero con pezze trasparenti, ed in conseguenza danno occasione a stimoli peccaminosi, ciò che non può che sommamente dispiacere a Dio, ed a chiunque pensa cristianamente. Si spera che al fine di tener lontano il castigo di Dio, esse miglioreranno; in caso contrario dovranno ascrivere a sé stesse se in un modo loro sgradevole verranno lordate”.

Lo spirito cattolico che animava la battaglia di Hofer, contro lo spirito anticattolico della rivoluzione francese esportato da Napoleone, oggi alberga tra gli Schutzen?

Immagino che siano tutti cattolici praticanti, nessuno di essi è divorziato, risposato, nessuno utilizza contraccettivi, nessuno ha mai abortito o quant’altro. Sarà, ma Christian Kolmann delfino di Eva Klotz gay dichiarato (Alto Adige 17 aprile 2016), Claudio Tessaro de Weth, capitano onorario ed emerito della prima compagnia schutzen di Trento, intervistato in merito al Dolomiti pride di Trento, asseriva che i gay non erano un loro problema (Trentino 8 giugno 2018), fanno pensare che agli Schutzen di Andreas Hofer interessa una strumentale quanto inesistente rivendicazione di anti italianità, che nel martire ed eroe cattolico non è mai esistita.

Furono italiani coloro che cercarono di riscattare la vita di Andreas Hofer con 5000 scudi, frutto di una colletta popolare. Fu il vice Re d’Italia a chiedere a Napoleone la grazia per l’oste della Val Passiria.

Non vogliamo il rafforzamento della regione Trentino- Suedtirol, ma le distinzioni di questo matrimonio forzato. Con il Trentino ci hanno portato una sposa che non abbiamo scelto, con l’Italia come una suocera cattiva che viene coinvolta in questioni che non li riguardano” (Sven Knoll, Sud – Tiroler Freiheit).

Ps. A Mantova nei pressi del parco dedicato ad Andreas Hofer, adiacente a Porta Giulio Romano vi è un cartello informativo, che definisce Andreas Hofer indipendentista Tirolese.

Chissà, forse nel grossolano errore – che nessuno tra gli eruditi Schutzen mai deve aver notato -, si cela una verità: se Hofer fosse rimasto vivo, considerato il tradimento dell’imperatore Francesco I, avrebbe nuovamente impugnato le armi per chiedere l’indipendenza del suo Tirolo da quell’impero che gli voltò le spalle.

Il contributo per La Voce di Bolzano è di Emilio Giuliana, referente per l’associazione Progetto Nazionale (foto sotto).

 

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Sessismi, femminismi e bucce di banana: il caso Lorenzini

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Brutto scivolone per l’Assessora e Presidente della Commissione comunale alle Pari Opportunità Marialaura Lorenzini sulla questione della pubblicità “sessista” apparsa in questi giorni per le vie di Bolzano.

Al di là della giusta intenzione di far rimuovere un messaggio commerciale ritenuto offensivo per la dignità della donna, quella di Lorenzini parrebbe tuttavia una presa di posizione ….. distratta o che al meglio potremmo ribattezzare, con uno sforzo di creatività, come una sorta di protesta divisibile a compartimenti stagni.

Il perché lo si evince dallo slancio pasionario con cui Lorenzini difende la causa della dignità femminile violata.

Slancio direttamente proporzionale all’attenzione che l’amministrazione comunale avrebbe riservato, solo qualche giorno prima e addirittura concedendo il placet per l’apposizione del prezioso marchio patrocinante, a un evento dal messaggio “culturale” inequivocabile: un festival cinematografico del porno.

A intervenire per primo sollevando la questione è Marco Galateo di Fratelli d’Italia, che in una nota tra l’ironico e l’indignato riesce a far notare, non senza un certo imbarazzo, che la campagna pro diritti e per il rispetto della dignità femminile portata avanti dall’assessora e dallo stesso Comune sarebbe minata da alcune imbarazzanti, ipocrite micro falle.

Lorenzini si era detta:”Allibita che nel 2018 ancora possano essere utilizzate immagini così lesive, al limite della violenza, nei confronti delle donne”, ricordando a questo proposito che il Consiglio Comunale di Bolzano, con delibera nr. 27 del 2 marzo 2001, ha sottoscritto l’impegno per le “Città libere dalla pubblicità offensiva della dignità della donna”, affinché nessuna pubblicazione sia veicolo di tali stereotipi avvilenti per la dignità delle donne.

Per Galateo, che ritiene di dire la sua in una questione su cui, per una volta tanto, qualcuno ha il coraggio di dire qualcosa al di la dei facili perbenismi di facciata, è “curioso che l’indignazione femminista arrivi dagli stessi promotori patrocinanti il festival del porno di una settimana fa al Cineforum di Bolzano e dagli stessi che hanno scelto, come spettacolo teatrale delle scuole di bambini, la storia di Elliot che sceglie se essere maschio o femmina a giorni alterni. Peraltro all’insaputa dei genitori stessi, aprendo un dibattito acceso sulla libertà di educazione delle famiglie”.

E se secondo il rappresentante altoatesino di Fratelli d’Italia un circolo privato è liberissimo di organizzare un festival cinematografico del porno, così come altri soggetti giuridici organizzano festival dell’eros a due passi da Bolzano e una compagnia teatrale è libera di portare a teatro qualsiasi sceneggiatura ritenga, diverso è il discorso di una amministrazione che patrocina una rassegna pornografica, perché lo fa a nome di tutti i cittadini.

E senza averglielo chiesto.

“Non è forse anche quella una mancanza di rispetto gravissima nei confronti di una donna?

Non pretendiamo di pensarla tutti allo stesso modo, soprattutto su questi temi etici, lo sappiamo bene, ma ci aspettiamo che l’Assessor* Lorenzini, come le sue amiche femministe di sinistra, siano d’accordo con loro stesse, qualunque cosa si sentano oggi”. Così Galateo.

Un’analoga reazione di protesta da parte dell’assessora si era avuta già un anno fa in merito alla pubblicità di un’azienda bolzanina di frutta e verdura, ritenuta lesiva nella proposta di una rappresentazione svilente per le donne.

Non pare però avere destato nessuna indignazione nell’acuta sensibilità della rappresentante cittadina per le pari opportunità il patrocinio concesso solo una settimana fa dal Comune di Bolzano al festival del porno ospitato al Cineforum di Bolzano.

Ma noi lo sappiamo, è solo distrazione. Lo avesse saputo, la Lorenzini, si sarebbe opposta alla concessione del patrocinio.

E se la dura presa di posizione riguardo al manifesto commerciale comprende ora l’intenzione da parte dell’assessora di segnalare la pubblicità all’organo di vigilanza, chiedendone la immediata rimozione e valutando anche la possibilità di presentare una denuncia, sarà ardua l’impresa di fare scomparire a posteriori la figuraccia comunale.

Considerato, se non altro, che il cartellone pubblicitario incriminato, quello dell’agenzia pubblicitaria di Max Maglione parcheggiato in via Siemens e montato sulla struttura portante di un camioncino, è al contrario facilmente rimovibile.

Per “La foto impietosa” di questo appuntamento: il volantino della proposta culturale patrocinata dal Comune di Bolzano assieme ad alcuni “contenuti” del Festival sponsorizzato dall’amministrazione cittadina.

In ultima posizione, la pubblicità dell’agenzia di Max Maglione.

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