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“Un ballo in maschera” molto bello «smaschera» le ambizioni del Regio di Parma

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Spesso, nella storia di “Un ballo in maschera”, il tempo d’esordio è stato quello del Carnevale: tempo di camuffamenti e di scherzi, d’inganni e di colpi di scena…

La vicinanza della data d’inizio del Carnevale (il 17 febbraio) non fa però rallentare la programmazione del Teatro Regio di Parma, che il 12 gennaio, proprio con questa bella opera verdiana, inaugura la sua Stagione Lirica 2019.

The show must go on”: il laicismo ormai proverbiale dell’amministrazione parmigiana non arretra, e così si avvia il calendario di un bellissimo programma lirico 2019.

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Giusto, anzi… sacrosanto, esordire con un’opera di Giuseppe Verdi, importante sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista anagrafico, per poi lasciare il campo al recentemente festeggiato Rossini (“Il barbiere di Siviglia”), all’“Andrea Chenier” di Giordana, con regia di Berloffo, e al “Requiem” di Mozart.

Dunque, benissimo anche per chi dice che Parma annoia con tutto questo Verdi… Annoia? “Tutto” questo Verdi?

In primis, la marcia verdiana della Fondazione Regio di Parma è stata trionfale, quanto il Nabucco e l’Aida, e assolutamente non noiosa: grandissime annate del Festival Verdi (dal 2014 al 2018) e ottime stagioni teatrali.

Secondo, sul “tutto questo Verdi”, anche la sola prolificità e qualità operistica del Cigno di Busseto porta talmente tanta varietà e opportunità di modulazione a qualsiasi reiterabile programma pluriennale, da scongiurare la noia: in particolare, poi, quando questi programmi sono nelle mani di una natura sapiente quanto il gusto e l’orecchio, dell’ottima musicologa nonché direttrice Anna Maria Meo. Se poi consideriamo il “tutto questo Verdi”, allora io dico che questo “tutto” è davvero ancora poco: il brand Verdi deve estendersi ancora in profondità, attirando altri melomani da ogni parte del globo terracqueo, ma anche in ampiezza. Ampiezza dove?

Diciamolo, anzi urliamolo: Verdi è il vero padre nobile della pop music, della musica leggera! Ma cosa aspettiamo a dare al Verdi Off del Festival Verdi un senso ecumenico (laico, laicissimo, per amor di Dio!) su questa paternità e riappropriarci del senso melodico popolare che canterella mezzo mondo, grazie a Verdi? Poi, se la noblesse oblige di qualcuno dovesse far storcere nasini, mettiamola pure in modo problematico: “È Verdi il padre nobile della Pop music, della musica leggera?” e sganciamoci tre stagioni di Verdi Off sul tema, a sperimentare e riflettere.

Intanto, ottima scelta “Andrea Chenier”, dopo “Il ballo in maschera” e Rossini. Sono ancora vivi i fasti dell’allestimento martoniano alla Scala 2017/18 (Chailly alla bacchetta…), che il Regio spara una risposta, che significa: “Non abbiamo paura della Scala di Milano, che ci ha soffiato la palma del recente 200° della nascita del Maestro”. Beh, bravi: così si deve fare, e speriamo che il risultato sia concreto e diretto, ancorché vincente nel confronto. Ma già così, una medaglia il Regio l’ha vinta: quella del coraggio. E non è poco.

Ma veniamo a “Un ballo in maschera”. Accoglienza signorile, Anna Maria Meo che mi dice: “Il Teatro Regio al massimo della saturazione da quando sono a Parma (cinque anni, il tempo del trionfo, ndr). Per fortuna hanno telefonato tre che non potevano venire, e così abbiamo potuto ospitare clienti importantissimi che si erano prenotati sperando…”.

Paolo Maier, a ricevere la Stampa con la consueta classe e affabilità. E lo spettacolo inizia.

Sotto le note educatissime dell’ouverture scorrono le immagini del recupero delle scenografie dell’allestimento del 1913, centenario verdiano, che vedremo poi ottimamente animate sul palcoscenico.

Altro segno di forza, questa proiezione: significa continuità, il percorso procede; la stagione 2019 si avvia, e il Regio continua la valorizzazione di quello per cui è diventato simbolo nel mondo, la storia verdiana, con le sue mille messinscena, e ne fa spettacolo, anzi addirittura metaspettacolo.

Le voci iniziano a stagliarsi nel volume teatrale: sono rispettose e garbate.

Nessun picco ma anche nessuna gravità. Sono benevolo, forse: altri non l’hanno vista così… Ma io confermo: ottimo spettacolo, e non esageriamo. Bene Rolli alla bacchetta e intelligente la regia della Bianchi, che rispetta giustamente la vera attrazione della serata, il recupero della storica scenografia, mantenendo un filo tradizionale.

E avanti allora: viva Verdi, classico e, chissà, anche pop!

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L’italiana in Algeri al Comunale di Bologna: buono l’ascolto, ma con la vista è… guerra!

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Al Comunale di Bologna, il 12 luglio c’era Nikolas Nagele alla bacchetta, bravissimo anche nel Viaggio a Reims del ROF 2019. E non Michele Mariotti, che invece si mostrerà nella Semiramide, sempre al ROF 2019: chi più pesarese di lui, insieme al padre Gianfranco (del ROF e suo), al fratello Giacomo e al Maestro sublime, il grande Gioachino!

Nuovi grandi incarichi hanno allontanato Michele dalla sua importante incubatrice, il Comunale di Bologna. Oggi, però (solo oggi…) nessuna nostalgia: Nagele ne “L’italiana in Algeri” è padrone dell’orchestra, e l’attacco delle voci ne dimostra la ottima direzione operistica.

Una bella serata, al Comunale. L’aria è tiepida e gradevole, e ci aspetta la regina delle opere comiche di Rossini, L’Italiana in Algeri.

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Sociologo ante-litteram, Henry Boyle detto Stendhal, negli anni ’20 del XIX secolo, osserva il pubblico del Maestro che ama, l’idolo delle folle europee dove è scoppiata la “rossinite acuta” (M. Beghelli, libretto dell’opera “L’Italiana in Algeri”) da cui è a sua volta contagiato.

Mostra piacevoli sintomi di ciò nel lavoro biografico (hollywoodiano, lo definisce Beghelli) del 1824, “Vie de Rossini”, ben due volumi, per un musicista-fenomeno poco più che trentenne. Ed erano già passati 11 anni dalla prima de “L’Italiana” a Venezia dove aveva già presentato ben 6 opere, mentre proprio qui dove siamo, a Bologna, appariva L’equivoco stravagante, a Ferrara Ciro in Babilonia e a Milano La pietra del paragone, godutissima al ROF 2018 per la regia del caro Pierluigi Pizzi. Anni dorati, per il compositore e anche per noi che ancor’oggi godiamo della grande stagione della giovinezza rossiniana.

Mai popolo ha goduto d’uno spettacolo più conforme al proprio carattere” dei veneziani con “L’italiana”, scrive Stendhal, ma posso confermare che anche a Bologna 206 anni dopo vale il medesimo pensiero.

Ovvio, le basi psico-estetiche sono differenti: noi dobbiamo dimenticare i nostri attuali equilibrismi e malesseri socio-economici, e non, semplicemente come i veneziani del 1813, godere della nostra anima e dimenticare Napoleone Bonaparte, che ne aveva fatte delle grosse alla Serenissima… E la freschezza e lucidità del grande giovane Rossini sul dibattito Uomo-Donna/Islam-Cristianità è ancora di eccellente riferimento, con l’aiuto vigoroso qui del librettista Angelo Anelli. 

La cristiana (Isabella, italiana in Algeri): “Già so per pratica/ qual sia l’effetto/ d’un sguardo languido,/ d’un sospiretto…/ So a domar uomini/ come si fa./ Sien dolce o ruvidi,/ sien flemma o foco,/ son tutti simili/ a presso a poco…”. E ancora, in finale: “La bella italiana venuta in Algeri/ insegna agli amanti gelosi ed alteri,/ che a tutti, se vuole, la donna la fa”.

La musulmana, secondo Mustafà: “Una moglie come questa,/ dabben, docil, modesta,/ che sol pensa a piacere a suo marito,/ per un turco è un partito assai comune (…)”.

Ma… ahi ahi, Giorgia Guerra! Non sono un filologo incallito, anzi. Apprezzo molto i trattamenti registici contemporanei se valorizzano e aggiornano la drammaturgia. La regia adotta espedienti carucci, ma non Pop-elevati: Pop-corn, mi vien da dire, tipo Vespe Piaggio, truci corsari ridotti a servili meccanici, schiavitù scambiata con beauty farm, astuto sultano istupidito da arti maliarde anziché stupido sultano beffeggiato dalle stesse…

Non sono semplici obiezioni semiologiche, sono idee carine (anche se non geniali), che però apportano soprattutto danni alla drammaturgia. 

Invece, non mi sento di criticare il cast vocale, che salva un bel po’ dello spettacolo: Urkin, Eliseeva, Burns, Baltazar e Li Biao fanno il loro mestiere anche tra i suddetti intralci. Perché l’opera è teatro musicale, non dimentichiamolo, l’ultimo vero di supremo livello, salvo casi, da dita di una mano, nell’opera pop-rock. Rispettiamone la natura…

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Rossini, un quarantesimo anniversario di importante ricerca su un genio precoce

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Tre opere d’età giovanile (1811/12 e 1823, Rossini nasce nel 1792), anche se la parola “giovanile” per Rossini ha un senso speciale: il successo l’aveva reso felice addirittura prima, come semplice compositore e non ancora come operista comico e poi tragico.

Tre opere magistrali, che producono la cifra di questo miracolo italiano, figlio musicale di W. A. Mozart (1756-1791) e di L. V. Beethoven (1770-1827), erede secco del primo e fortunato fratello minore del secondo. Come dire onore in vita e anima rubiconda. Tre opere che segnano il vertice della sua produzione di teatro musicale e del rispettivo genere di teatro musicale dell’epoca.

Talmente grande il risultato che tutti avrebbero un problema a vedere un futuro sempre così gratificante.

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Per questo io non credo molto alla depressione di Rossini (o, forse, esaurimento nervoso) che i biografi collocano tra il suo quarantesimo compleanno (1832) e un orizzonte imprecisato: troppo elevato il suo profilo culturale, troppo levigata ma non dandistica la sua immagine, troppo intensa la pratica dei suoi sensi, di cui l’amicizia con Marie-Antoine Carême è conferma, e potremmo continuare.

Pensando alle cognizioni psicoterapeutiche dell’epoca, antecedenti alla psicologia del profondo e alla sua regina, la psicoanalisi freudiana, dubito molto fortemente che i clinici dell’epoca, avveduti appena di psicologismo post-kantiano, possano avere diagnosticato correttamente “depressione” o “esaurimento nervoso”, quanto meno nel senso che gli attribuiamo oggi.

Ma spleen sì, malinconia logica forse pure: lo spaesamento del ribollire di metà XIX secolo, gli eventi perturbanti personali di Gioachino, quali la morte della madre nel ’27, dell’amico Carême nel ’33, del padre nel ’39, dell’anima gemella del periodo fertilissimo e prima moglie Isabella Colbran, un’artista nel senso più nobile del termine, nel ’45, l’amico Gaetano Donizetti nel ‘48.

Ed è proprio il ’42 l’anno nel quale, a Parigi, Baudelaire avviava la stesura dei primi testi di “Les fleurs du mal”, tra cui troneggiano gli “Spleen”, le malinconie. Insomma, se intorno l’aria non era proprio sana, va detto che è capitato a molti geni una sorta di burn-out precoce, dopo un ventennio giovanile di produzione esaltante. Ma Rossini si salva, lasciando il teatro musicale e tornando alla sola composizione.

La sua arte diviene più leggera per lui: dal ’29 (ultimo lavoro operistico, il Guglielmo Tell) al ’59 è un andirivieni, prevalentemente tra Parigi e Bologna, con intervalli altrove, anche al seguito del banchiere Barone de Rotschild, “amico” comune anche a Carême. Diciamolo: un depresso non è mai una buona compagnia, nemmeno se è famosissimo come il maestro pesarese; anche la sua nuova compagna, Olympe Pélissier, una… artista, è tutt’altro che senza pretese; la spiccata mobilità non è una caratteristica dei depressi, e nemmeno un solido e curatissimo appetito e gusto creativo in cucina.

Insomma, qualcuno se l’è inventata, la sua malattia nervosa. E il fatto che abbia seguito terapie documentate ugualmente non convince, visto lo stato della disciplina.

Inoltre, Rossini è conservatore nell’intimo, perché “la bellezza non conosce bandiere salvo la sua stessa” e nel 1948 a Bologna anche Ugo Bassi ne riconosce l’alterità rispetto alla politica, malgrado l’avversione di una parte del popolo che induce Rossini alla fuga: lo inviterà a rientrare nella turrita dal breve auto-esilio fiorentino con un buon testo musicale per la città.

Inoltre, lo schieramento del maestro de “L’italiana in Algeri” rispetto al Risorgimento italiano non è così convincente come quello di Bellini e dell’amico Donizetti, né a maggior ragione come sarà quello di Verdi. La bandiera della bellezza è però neutrale, e sventola in libertà equilibristica nella vita del pesarese, e anche questo equilibrismo è segno di salute.

È dunque significativo per il 40° anniversario del Rossini Opera Festival la scelta di queste tre opere: come aver messo un punto fermo sul grande lavoro operistico del pesarese, prima nella commedia, con “Demetrio e Polibio” e “L’equivoco stravagante”, emblematiche del genio giovane, e poi nella tragedia, con sua maestà (in vari sensi, lei, il capolavoro, il coronamento del genere tragico) “Semiramide”, del genio meno giovane. 

Su cui procederemo in allargamento critico nei testi successivi.

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Le segrete immagini del legno trentino: Giulio Massa

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La costruzione dell’autostrada Modena – Brennero che, attraversando la pianura padana in verticale, si butta tra le montagne alpine, ha rafforzato l’attrazione fatale tra gli emiliani e il Trentino, le sue bellezze abbaglianti, la sua civiltà e le sue genti.

Lo dice qualcuno che, malgrado il passare delle generazioni, ha mantenuto un affettuoso, amoroso riferimento a questa terra anche impervia, di cui i suoi antenati sfidarono le asperità: i “bevilacqua”, nome di mestiere, della fase più dura del ciclo della “fluitazione del legno” (il trasporto per le vie torrentizie verso le chiuse di valle) quella del seguire i tronchi tagliati in alta montagna e gettati nel corso dei torrenti, per disincagliarli quando si ficcavano tra le rocce di riva. E così bagnarsi: bevilacqua!

Senza i bevilacqua, i tronchi, il legno d’abete rosso o bianco, larice, pino cembro, silvestro o nero, noce non sarebbero mai arrivati in quantità né a costruire le fondamenta della enorme palafitta veneziana né alle mani degli artisti che nelle loro venature scoprono immagini sorprendenti.

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Giulio Massa, emiliano di Reggio Emilia, ma ancor più emiliano data la sua nascita ferrarese, è uno di questi. Questo signore di 78 anni ha, come molti, nel depresso mercato dell’arte italiano, dovuto fare arte solo per sé, e vivere naturalmente d’altro: ma che conta se era un agente di commercio, mentre la sua anima cercava gli spiriti nel legno trentino! Quegli spiriti sono il simbolo della sua vita e della sua eredità.

Nipoti affezionati giurano, come lui, che mai le sue opere saranno vendute: sono opera d’amore, di romanticismo e di fantasia, e quindi, pur esposte, come si prevede di fare presto in quel di Reggio Emilia, non usciranno dalla famiglia.

Ho cercato di capire cosa lo muovesse: “Il legno aiuta!”, mi ah risposto Giulio.

Quando inizio a scolpire ho sempre un progetto, che deriva da un’idea. Ma poi vedo le venature, la resistenza, spesso seducente come quella di una donna, con cui il legno resiste al mio scalpello, ai miei strumenti… Ed ecco il progetto piegarsi alla materia, diventare anche una sua espressione”.

Certo, sono scene di bosco, selvaggio e fertile di vita le immagini che Massa produce: lupi, orsi e caprioli si muovono nei suoi paesaggi caldi e, mentre i nipoti sprofondano con la fantasia in quelle profondità silvestri, lui progetta nuovi paesaggi e nuove suggestioni.

A presto, con le prossime opere, caro Maestro: il legno della Val di Fassa, della Marmolada attende di essere interpretato da te, che le ami così tanto!

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