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Nuovo Lockdown, l’analisi di Italia Viva: “Incompetenza, improvvisazione, mancanza di strategia”

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In merito al Lockdown di tre settimane preannunciato per la Provincia Autonoma di Bolzano, Italia Viva Alto Adige Südtirol intende esprimere il proprio stupore e la propria preoccupazione per una situazione che, a distanza di un anno dallo scoppio della pandemia, vede ancora come soluzione un durissimo e lunghissimo lockdown totale e contestuale indebitamento pubblico.

La Giunta Provinciale ha deciso sin dagli inizi della pandemia di assumere una via diversa da quella nazionale: una scelta che in alcuni casi ci ha visti condividere alcune scelte, ma che troppo spesso ha lasciato spazio ad una sensazione di improvvisazione e di mancanza di una strategia di lungo termine“.

Comincia così la lunga e articolata disamina sulla situazione che ha portato l’Alto Adige a nuove classificazioni negative dal punto di vista dell’emergenza sanitaria e a chiusure che ora rischiano seriamente di mettere in pericolo l’equilibrio economico e sociale del territorio locale. La nota congiunta è dei coordinatori provinciali di Italia Viva, Stefania Gander e Matteo Bonvicini che sottolineano:

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Se nella fase iniziale della pandemia, dodici mesi orsono, dubbi ed errori trovavano la loro giustificazione nell’inattesa emergenza, l’attuale situazione è il frutto di scelte fatte (o non fatte) la cui responsabilità politica è in capo a chi questa Provincia la governa. Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una situazione paradossale e incomprensibile per i cittadini, in cui pareva che la parola d’ordine fosse fare l’opposto di ciò che veniva consigliato in Italia.

Sulla base delle analisi di una task force locale, a fine ottobre ci siamo autodichiarati zona rossa due giorni dopo aver dichiarato che da noi ristoranti e bar sarebbero rimasti aperti e che saremmo andati avanti in modo autonomo per la nostra strada; siamo passati da un estremo all’altro, chiudendo i parrucchieri che nel resto d’Italia erano aperti e dandoci regole più dure rispetto al resto del Paese.

Abbiamo fatto uno screening di massa che avrebbe dovuto permetterci in due settimane di riprendere una nostra normalità (senza contare che in Slovacchia hanno rifatto lo screening a distanza di una settimana per intercettare i contatti stretti dei positivi asintomatici mentre qui no), ci siamo richiusi in casa per settimane, a Natale abbiamo fatto a modo nostro, chiudendo i negozi quando avrebbero potuto rimanere aperti, ma lasciando libertà di spostamento e il risultato quale è stato?”.

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Zona rossa dopo Natale

Zona rossa… si fa per dire, perché nel frattempo abbiamo agito da zona gialla contestando il fatto che facessimo tanti tamponi (ed è vero). Poi, sulla base sempre dei dati inviati, siamo stati dichiarati zona arancione e come illogica ed incomprensibile conseguenza, il primo atto è stato chiudere bar e ristoranti, che, giova sottolinearlo, erano aperti in zona rossa.

Una settimana dopo, mentre siamo ancora zona arancione, la decisione di chiudere tutto: scuole, negozi, ristoranti, attività ricettive. Non è possibile individuare una strategia chiara nell’azione politica di gestione della pandemia. Nel frattempo, l’economia è al collasso e non stiamo parlando di cose astratte. Stiamo parlando di attività che non riapriranno più. Finite. Chiuse. Persone che stanno perdendo il lavoro.

Il nostro settore turistico è in ginocchio, col paradosso che gli stessi che chiedevano di riaprire a dicembre gli impianti sciistici oggi, mentre nel resto d’Italia riaprono, qui si vedono costretti a ribadirne la chiusura; addirittura a pochi chilometri dalle nostre piste chiuse, nello stesso comprensorio sciistico, ci saranno a brevissimo i Mondiali di sci alpino: lo riusciamo a vedere il paradosso?

Poi c’è l’aspetto psicologico e psichiatrico, gravissimo e poco considerato: mentre la vendita di antidepressivi e ansiolitici è quadruplicata, la salute mentale dei cittadini sembra quasi essere sacrificabile sull’altare del malgoverno.

C’è un aspetto grave anche con le famiglie in cui vi è conflittualità tra i coniugi: sono diminuite le separazioni non perché si vada più d’accordo, ma perché non ci sono i mezzi per economici per separarsi. Quando venne l’allora ministra Elena Bonetti a Bolzano, emersero con prepotenza gli aumenti di violenze in famiglia e la difficoltà per denunciarli.

Ancora, la medicina preventiva è praticamente inesistente e le operazioni, quelle non urgenti che però risolverebbero problemi alle persone, sono rimandate. Così come si stanno osteggiando a colpi di ordinanze quelli che sono da sempre consigli autorevoli per il benessere psicofisico: attività all’aria aperta, sport, alimentazione sana. Tutto sparito, anche grazie ad una comunicazione – e non lo diciamo da ora – orientata ad un paternalismo nauseante anziché ad un’informazione chiara e capillare.

Ancora una volta i cittadini vengono invitati a seguire le regole con cieca fiducia, anche quando queste appaiono incomprensibili. Lo stesso vale per attività come cinema, teatri e musei, dimenticati dalla politica locale e per i quali non si è provato a sufficienza a trovare soluzioni per rilanciarne l’attività.

Si è persa la capacità di tracciamento e non si riesce a capire dove e come ci si infetti. Aziende come le palestre, con centinaia di metri quadri di superficie, sono considerate come potenziali cluster, malgrado l’impegno e l’investimento profusi per renderle sicure.

E infine, ci sono bambini che stanno crescendo privati della peculiarità della loro infanzia, che andrebbe preservata. Ci sono condizioni – e sono tante – in cui in casa non c’è spazio per avere due bambini in DAD e due genitori in smart working: mancano gli hardware, manca una linea decente, mancano gli spazi.

Così come mancano spazi non solo per lavorare e studiare, ma anche per isolarsi, per tirare il fiato, per avere quella privacy necessaria all’essere umano. Il rischio è che ci si dimentichi che la normalità è uscire, vedersi, incontrarsi. Durante l’adolescenza si ha necessità di socializzare, di creare amicizie, di vivere i primi amori, non di stare su un divano terrorizzati da una comunicazione che, tra l’altro, ti dice che se esci sei un maledetto egoista perché ammazzi tua nonna.

E diventa pesante, anche psicologicamente, il divario di aspettative tra chi riesce a ricevere uno stipendio pieno, chi deve accontentarsi della cassa integrazione e si interroga sul suo futuro dop il 31 marzo e le cosiddette “partite iva”.

Il lockdown è il risultato di due cose: la prima, di una mancanza di strategia, di cui si sente il peso sin dall’inizio della pandemia. Ma se a marzo 2020 era comprensibile e ampiamente giustificabile, non lo è un anno dopo. Se le terapie intensive si stanno lentamente intasando è perché non si è sufficientemente lavorato in estate per adeguarne il numero a quella che era una prevedibilissima seconsa ondata.

La seconda è un’incapacità gestionale, in cui non si riesce a far rispettare le regole, in cui gli autobus privati sono arrivati con gran ritardo ad affiancarsi al servizio pubblico in cui non si è sviluppata una campagna di comunicazione adeguata, in cui il confronto con le parti sociali è stato tardivo e in cui ancora oggi siamo al punto per cui anziché gestire e farsi aiutare a gestire la situazione, si preferisce chiudere tutto, mentre i danni da lockdown, non solo economici, rischiano di essere superiori rispetto a quelli della pandemia stessa.

Non è più il momento di rivolgersi alle cittadine e ai cittadini chiedendo condivisione di un percorso politico di cui non si vede la struttura, la visione, l’obiettivo. Né si riescono a capire le motivazioni che, in aperto contrasto agli indicatori nazionali, oggi portano la nostra Provincia ad un lockdown.

Non può più esservi carta bianca nella gestione, né può ora la pandemia diventare il dito dietro cui nascondere tutta una serie di errori programmatici non giustificabili. Tenere gli abitanti della nostra Provincia, esausti sotto tutti i punti di vista, chiusi in casa nel momento in cui il resto d’Italia riparte è la cartina di tornasole di un fallimento di cui qualcuno deve prendersi la responsabilità, senza rimpalli.

Un lockdown di tre settimane è un sacrificio che la popolazione non merita e le cui conseguenze rischiano di essere devastanti: il vaso è colmo, quest’ultima goccia non può trovarvi posto.

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