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Alto Adige

Speciale psicologia: intervista alla “settima vittima” di Ferdinand Gamper

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Foto lastampa.it

Esattamente venticinque anni fa – correva il primo marzo 1996 – nei dintorni di Rifiano si consumava l’epilogo di una delle più cruente vicende della cronaca nera altoatesina.

Ferdinand Gamper, il “mostro di Merano” braccato da Polizia, Carabinieri e Criminalpol, al termine di una folle vicenda segnata da una lunga scia di sangue e di lutti durata venti giorni e costata la vita a diverse persone innocenti, si rifugiava nella propria casetta in legno e muratura per organizzare nella sua mente sconvolta un’ultima, disperata resistenza.

Ma qual è il vissuto di chi partecipò a quei tragici momenti? Cosa accadde allora e quali ricadute ancora oggi emergono da questa storia cruenta? Il dr Michele Piccolin, psicologo forense e Referente regionale dell’Associazione Italiana Psicologia Giuridica, lo ha chiesto all’Appuntato Scelto Antonino Lotà, allora operativo presso la Compagnia Nucleo Operativo Radiomobile di Merano e presente al tentativo di cattura.

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Signor Lotà, quale fu il suo ruolo nella vicenda del Mostro di Merano? Qual era il clima che si respirava nella città del Passirio, in quei giorni?

Conoscendo molto bene il territorio, insieme ai miei colleghi del Nucleo – su input del Comandante della Compagnia e del maresciallo che guidava il Nucleo – per tre settimane avevo indagato a diversi livelli, mentre il killer seminava morte e terrore dalla periferia al cuore di Merano, dalle passeggiate del Centro Storico ai Portici e giù, fino a Sinigo, colpendo senza un´apparente ragione né un logico schema ma contribuendo in tal modo ad intorbidire le indagini, seguendo forse uno schema a macchia di leopardo, sempre però mirando a cittadini di lingua italiana.

Dopo il primo omicidio Merano era rimasta come senza fiato, stretta in una morsa di terrore che cresceva di giorno in giorno mentre a sera la città del Passirio si svuotava completamente, per lasciare ogni strada e viuzza alle uniche anime capaci d’uscire: gli uomini in divisa.

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E, da uomo in divisa, pur vivendo una sorta di continuo stato d’allarme, mi muovevo ogni giorno tra negozi ed esercizi, seguendo una pista che, dal centro città, mi portava sempre più verso la zona di Maia Alta, che sempre più pareva costituire per il killer una possibile via di fuga.

C’era poco tempo per pensare e per agire: sempre in apnea e sotto pressione! In quei giorni, la popolazione passandoci accanto ci cercava, quasi come se stesse cercando, attraverso il contatto, una sorta di rassicurazione, di protezione…

A seconda del turno di servizio, nella tarda mattinata così come a conclusione della giornata di lavoro, effettuavo puntuali rapporti ai miei superiori. Ma, sovente, anche al di fuori delle ore di servizio, seguivo le mie piste per individuare una traccia eventuale, credibile; oppure per raggiungere i miei informatori, così esplorando quotidianamente la mia intuizione investigativa, dedicandomi all´acquisizione di notizie, alla ricerca di informazioni, di tracce ed umori… ma anche di armi… soprattutto di una calibro 22.

Dopo quasi tre settimane di appostamenti, pedinamenti, ricerche e perquisizioni, in un clima di apprensione e sgomento il cerchio delle investigazioni si stava finalmente stringendo. Come ricorda il momento dell’individuazione del killer ed i tragici eventi del tentativo di cattura?

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Io resto ancora oggi ovviamente ligio agli ordini impartiti allora. La vicenda è conclusa da un quarto di secolo, io però devo sempre trattare la cosa in punta di penna. Anche perché, seppure le persone uccise da Ferdinand Gamper siano state ben sei, questa “eredità” che mi è stata “imposta” mi ha rovinato la vita e fa di me la “settima vittima”.

Ci sono cose, fatti, persone che, mescolati ai ricordi agl’incubi e ai fantasmi, sono rimasti imprigionati nel mio essere e nella mia vita. Facendo di me un “prigioniero”, incapace di liberarsi di quelle scorie maledette del passato e in particolare di questa vicenda professionale, che hanno inquinato e contaminato la mia vita privata, la mia libertà, i miei sentimenti financo il mio amore e la mia lucidità nella vita professionale. Lasciandomi devastato.

Davvero, quanta desolazione, quanti orrendi spettri, da allora, si agitano in me.

Psicologicamente, allora, Merano era al collasso: tutti attendevano la cattura del colpevole, per esorcizzare il clima di terrore e lo stato di instabilità sociale e psicologica che, in quelle tre settimane, stavano raggiungendo un livello… psicotico, dato che in tutti era cresciuto in modo allarmante l´istinto di conservazione e ogni meranese attendeva la cattura del serial killer con ansia estrema, per liberarsi dallo spettro del rischio di incappare lui stesso nell´introvabile, sanguinario pluriomicida”.

Una tragedia nella tragedia: assistere da vicino alla morte in azione di un collega ed amico. Come reagì in quei frangenti e cosa invece le successe, con il passare del tempo?

Il buio. Assoluto. Una mancanza totale di luce, di conoscenza, di memoria… Quando ripenso al giorno della “svolta finale”, la mia macchina umana, mente e cuore in primis, s’inceppano. Fino a fermarsi.

Quel giorno ci eravamo riuniti nell’ufficio del Nucleo operativo. Accanto a me si trovavano i colleghi del Reparto Operativo di Bolzano, giunti a Merano assieme al maresciallo Guerrino Botte, ormai prossimo alla pensione.

Improvvisamente, dalla centrale operativa ci veniva segnalata la notizia di un colpo d’arma da fuoco esploso in una gola, in una stretta della Val Passiria, sotto l’abitato di Rifiano.

Io e un altro collega raggiungevamo la zona a bordo della Panda di servizio pressoché contemporaneamente al maresciallo Botte, salito su un’altra auto con gli altri tre colleghi.

Giunti sul luogo indicato dalla segnalazione, imboccavo una strettoia in discesa e poco dopo lasciavamo l’auto per proseguire a piedi. Il terreno era accidentato, e dopo un centinaio di metri scorgevamo, nei pressi di un ruscello, un uomo riverso a terra, proprio accanto ad una passerella di legno.

Ricordo che mi ero staccato dal gruppo di colleghi per avvicinarmi all’uomo e posargli due dita sulla regione della carotide. Chinandomi su di lui, notavo ancora meglio il piccolo foro sulla sua fronte che appariva pulita, senza tracce di sangue. Strano… Pareva che il poveretto, sdraiato a terra, stesse fissando il cielo. Invece, mi rendevo conto della sua morte, avvenuta non più di un quarto d’ora – venti minuti prima. Il corpo era infatti ancora caldo.

Oltre il ponticello, il terreno s’abbarbicava per una cinquantina di metri…

Poi… Poi… Ecco, inizia qui la mia confusione. O, meglio, la… disconnessione, l´incertezza, la sensazione dominante di paura, la “non più percezione di me”: dopo essermi reso conto che quella vita, quell’uomo, non pulsavano più, in me si faceva strada una sorta di dolore composto, unito alla pervicace volontà di dare tutto il mio apporto, per quanto potessi, alla soluzione del giallo, ovvero alla cattura del killer. 

Dopo neppure un centinaio di metri, ci aprivamo a ventaglio per superare la macchia rada di meli: questo, mentre Botte si allontanava da noi, risalendo il declivio sulla sinistra. Davanti a noi, forse ad una trentina di metri, notavamo una casetta in muratura e legno, mentre del maresciallo non v’era più traccia.

All’improvviso, nell’aria risuonava netto uno sparo. Subito dopo, in sequenza, veniva esplosa una serie di colpi verso di noi. Io puntavo a salire ancora, cercando di mimetizzarmi, a terra, fra gli alberi; così, mentre udivo la risposta armata al fuoco dei colleghi, vedevo un collega in preda al terrore, accanto a me: era praticamente paralizzato. È stato in quel momento che la consapevolezza di essere lì, ad una manciata di metri da quel serial killer di cui per oltre due settimane avevo cercato le tracce persino nelle ore libere dal servizio, s’impossessava di me, ma negativamente. Perché cercavo di avanzare, ma ora “anche il mio corpo era come paralizzato”.

Già, cercavo di raggiungere la casetta da pastore, ma le mie gambe erano pietrificate, mentre il corpo del collega era scosso da tremiti e dalla sua bocca uscivano solo gemiti confusi e sommessi. E pure io, lì accanto, riuscivo solo ad esprimere quegli stessi versi sconnessi ed anche la mia mano destra era avvinghiata al calcio della mia Beretta 9 lungo, che non riuscivo ad estrarre…: la mia bocca in quegli attimi di terrore era arida e scheggiata come un pezzo di legno secco.

Il tempo e lo spazio s’erano come fermati. È una strana sensazione, ma credo di poter dire che mi sentivo inghiottito in una sorta di… vuoto pneumatico. Le mie stesse corde vocali s’erano cristallizzate. In quei momenti (quanto tempo era trascorso? Mah… due minuti o mezz´ora?) pensavo alla mia famiglia: a mia moglie, a mio figlio ed all’altro che sarebbe nato due mesi dopo…

Ma… l’avrei mai visto quest’altro bimbo in arrivo? Insomma, in me s’avvicendava una serie di flash, vissuti in uno stato di alterata coscienza!

Poi, d’improvviso, un vociare confuso, sottotono, in un contrappunto di fruscii rapidi e di colpi d´arma da fuoco (certamente parabellum la maggior parte, cui rispondevano altri colpi, evidentemente di calibro diverso: ma di tutto questo so di non essere stato cosciente, se non a posteriori. Perché attorno a noi ecco affacciarsi un brulicare di figure – chi in divisa, chi in mimetica e chi in borghese – mentre, di lato della casetta, potevo riconoscere il collega G.B. che, camminando a ritroso,  trascinava  il corpo di un uomo… Dentro di me, in quel preciso istante, prendeva corpo una sensazione di morte, ineluttabile, finale: sapevo, purtroppo, che il corpo dell’uomo trascinato non poteva che essere quello del maresciallo Botte.

Debbo qui precisare che, evidentemente (ma non ne ricordo le sequenze né i miei movimenti: probabilmente, giunti i colleghi in nostro rinforzo, io mi ero come risvegliato…), avevo ripreso coscienza e coraggio. In quattro balzi mi avvicinavo a Bonanno che ora, aiutato da un altro collega, accompagnava il corpo del ferito giù per il declivio: era proprio Botte! Che io riconoscevo dagli abiti e dalla stazza, perché il viso era irriconoscibile: un’orribile e deformata maschera di sangue, per via del colpo esploso dal killer in pieno volto”.

Credo di poter aggiungere questo: riconosciuto Botte ferito e ormai agonizzante, osservavo con raccapriccio il suo volto deturpato. Percepivo un’atmosfera irreale, mi sentivo avvolto da un silenzio glaciale, nonostante poco distante da me udivo la voce del capitano Minniti che dopo qualche secondo mi passava accanto, per raggiungere con altri la casupola del Gamper.

Minniti aveva preso con determinazione in pugno la situazione: ne scaturiva un ulteriore conflitto a fuoco. Ricordo la voce del mio capitano che ordinava di portargli un fumogeno… 

Minniti con grande freddezza e lucidità impartiva ordini e organizzava l’accerchiamento della casupola, come se il frangente fosse solo di ordinaria amministrazione e non, piuttosto, la risoluzione finale di una serie di implacabili omicidi, culminati tra i meleti di un valloncello il primo giorno del marzo più gelido e sinistro che io abbia mai vissuto!

Un ultimo flash. Il candelotto sparato all’interno della costruzione iniziava a liberare il fumo, che vedevamo uscire dalle feritoie ( erano piccolissime quelle finestrelle) della casetta,  accompagnato da lingue di fuoco. Quindi, nella concitazione, ancora uno sparo. L’ultimo. Poi, s’udiva solo la voce del capitano Minniti che impartiva i suoi ordini, mentre i colleghi eseguivano. Evidentemente, il Gamper con quell´ultimo proiettile s’era tolto la vita.

Da questo momento, non ho più né memoria né ricordi… solo una sensazione di gelo e, anche, un po’ di… vergogna. In quelle frazioni estreme avrei voluto essere l’uomo d´azione che sono sempre stato ma che lì, in quell’ultima manciata di minuti, non ero più. L’azione, la mia azione, era rimasta imprigionata nell’intenzione”.

Da allora, sono trascorsi 25 anni. Quali sono le difficoltà che da allora incontra nel lasciarsi alle spalle questo incubo?

Già, perché la settima vittima? Perché da quel giorno maledetto non sono stato più io. Infatti, la sera di quel primo marzo 1996 giungevo a casa stremato: mia moglie Claudia, che aveva seguito per radio e televisione quella tremenda odissea e, presa da una sorta di terrore che potesse essermi accaduto qualcosa di fatale, non mi aveva neppure lasciato varcare la soglia di casa, per volare verso di me e abbracciarmi con la forza di una disperazione incontenibile.

Perché aveva ripetutamente cercato di rintracciarmi telefonicamente, chiamando anche la Compagnia ma, sempre, senza successo. Io ricordo in modo indelebile di averle preso il viso tra le mie mani e non smettevo di accarezzarla e di ricoprirla di baci, mentre mi scioglievo in un pianto dirotto, incontenibile, lacerato oltre che dal dolore anche da sussulti, singhiozzi e da un tremito tale, che finiva per impedirmi persino di respirare.

Era la prima volta che mi vedeva piangere, disperato e senza controllo. Completamente disarmato, irrigidito dalla vita in su.

Oggi non posso dire se il giorno seguente fossi andato in servizio. Ricordo solo che, da allora, sono sprofondato in un incubo senza fine, in una sorta di caduta in un gorgo buio e senza fine. Ero preda di uno stato costante di angoscia, che per anni mi sono sforzato di nascondere al mondo e, di certo, anche a me stesso. Non riuscivo più a ritrovare il mio equilibrio, la mia spontaneità gioiosa. Prima di uscire di casa, così come quando rientravo, abbracciavo i miei due figli e Claudia non solo con amore ma anche con una sorta di disperazione, perché temevo di perdere il mio lavoro, così come la loro rassicurante e amorosa presenza…

In una parola, ero come inghiottito da un incubo che non mi dava tregua e persino la mia respirazione, che era sempre stata modulata e sicura, aveva finito per risentire di tutte quelle emozioni negative, sintetizzate in quella mattinata di disperazione e di morte. Da allora, avevo anche preso a respirare con la bocca per riempirmi i polmoni, dato che talvolta mi sorprendevo a passare molti secondi in apnea.

Non mi rendevo conto che respirando con la bocca allungavo soltanto i polmoni, senza immagazzinare la quantità necessaria di ossigeno… Insomma, un calvario quotidiano durato anni, fino a quando la corda che teneva unito il mio equilibrio non aveva finito per spezzarsi.

Potrei riportare in luce anche altri fatti. Io non ero nuovo a situazioni di morte violenta: del resto, non mi avevano mai toccato più di tanto, prima. Avevo effettuato rilievi e soccorsi in casi di morte violenta provocata tanto da drammatici incidenti quanto da macabri suicidi, i cui poveri protagonisti in un paio di casi erano anche stati deturpati (perché rosicchiati) dai topi.

Ma la vicenda legata alla catena di morte provocata da Ferdinand Gamper così come la sua incredibile, sconvolgente conclusione, aveva finito per uccidere qualcosa di vivo e prezioso, dentro di me: la mia forte e gioiosa vitalità. Cercavo di tenere duro. Mi impegnavo nuovamente a nascondere le mie tensioni, il forte disagio, l’insicurezza crescente.

Seguiva un progressivo crollo, di lì a qualche anno fattosi totale. Questo blocco psicofisico mi costringeva infine ad abbandonare il servizio, fino al congedo assoluto”.

Alla luce della sua preziosa esperienza e della sua coraggiosa testimonianza, quale messaggio desidera lasciare a quelle persone che, come lei, sono sopravvissute ad un evento gravemente traumatico e, ancora oggi, lottano per lasciarselo alle spalle?

Che dire a persone che hanno dovuto affrontare, come me, momenti della vita altamente drammatici? Di non disperare mai. Di cercare l’amore con convinzione. Non solo quello effimero del corpo, ma quello solido e saldo che viene dal cuore e dall’anima. Amare, sperare, credere: senza mai vergognarsi né fuggire dalla più importante e dolce (seppure difficile) delle responsabilità: la famiglia! Che è un pilastro, un timone, un supporto e, insieme alla fede, costituisce la barra più sicura che ci fa arrivare al porto. Magari ammaccati… ma più saggi. Forse meno briosi, e però più maturi e consapevoli della vita.

Non mi reputo comunque un maestro di vita, ma solo un sopravvissuto che non ha dimenticato di amare. I sentimenti ci aiutano, sono lo scandaglio importante per entrare nella profondità della vita e per continuare a credere in “essa”.

Certo, lungo l’arco di questi 25 anni, ho potuto contare sull’appoggio di diversi professionisti della salute mentale, sul sostegno psicologico – fattosi indispensabile – così come su quello dei farmaci. Tutto ha contribuito a… “riprendermi”, perché questi fattori, nel loro insieme, hanno reso certamente un poco più lieve il peso di questi drammi, di queste morti.

Progressivamente, la vitalità non più orrendamente repressa ha iniziato a farsi nuovamente viva, a donarmi nuovi stimoli… In una parola, in me s’è affacciata ancora (pur tra alti e bassi) la speranza.

È vero, talvolta mente e cuore corrono all’indietro nel tempo. Certe situazioni si riaffacciano e mi intimoriscono ancora. Non solo un po’… Ma io non cedo, perché l’esperienza, l’aiuto psicologico e farmaceutico mi hanno indotto a trasformare il rigore in elasticità. Come dire? Io non ho più paura di spezzarmi, anche perché ho imparato ad adattarmi, avendo trasformato la tensione appunto in elasticità.

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