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Bolzano

Ágota Kristóf a teatro: la sfida di scrivere per sopravvivere

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La Stagione Regionale Contemporanea, nata dalla sinergia tra il Centro Servizi Culturali Santa Chiara e il Teatro Stabile di Bolzano, porta in scena un appuntamento di rara intensità: “L’analfabeta”, opera della compagnia Fanny & Alexander, con una bravissima Federica Fracassi, nel ruolo della celebre scrittrice ungherese Ágota Kristóf.

Lo spettacolo replica stasera al Teatro Studio di Bolzano e approda domenica 22 febbraio al Teatro Cuminetti di Trento.

Lo spettatore si trova al buio con il ticchettio dell’orologio che diventa sempre più forte, quasi che la sensazione del tempo che passa diventi palpabile. Il ticchettio degli orologi ci accompagna per tutto lo spettacolo, a volte martella in testa e a volte diventa un sottofondo di cui neanche ci rendiamo conto, per poi trasformarsi in frastuono e caos e alla fine ci lascia con una dolce melodia, una musica che trasporta le emozioni.

La storia ci porta in una fabbrica di orologi in Svizzera. Qui, tra il rumore delle macchine, una donna lavora duramente ma non smette di scrivere. È fuggita dalla sua terra e si ritrova in un Paese di cui non conosce la lingua, che lei stessa definisce “nemica”. Per non perdere se stessa, Ágota inizia a scrivere poesie e romanzi su piccoli pezzi di carta, sfidando la fatica e la solitudine dell’esilio.

Chi racconta è dietro un sottile velo e su uno schermo noi spettatori vediamo alternativamente quello che vede lei, mentre lavora sugli ingranaggi degli orologi, e quello che lei ricorda della sua vita. Abbiamo davvero bisogno di uno schermo su cui vengono proiettati i ricordi perché siamo talmente abituati a guardare uno schermo che non siamo più in grado di costruire le nostre immagini da soli?

Il ricordo irrompe come un temporale, come un tuono che esplode nella stanza, presente e passato si confondono. Una intera vita raccontata dietro un velo e vista su uno schermo, come se la sofferenza altrui fosse sempre o dietro un velo o un film su uno schermo: chi soffre si nasconde o chi guarda non vuole davvero vedere?

A volte bastano poche parole per raccontare un’intera vita, i rimproveri della madre, lo sguardo del padre, le lacrime in collegio, un marito, una figlia, la fuga dall’Ungheria verso la Svizzera e il diventare profughi tramite un atto burocratico: parole raccontate in una lingua straniera per cercare di comunicare con chi sta attorno, la sfida dell’analfabeta.

Ágota Kristóf ci racconta la sua storia di esilio, sradicamento e atrocità in una lingua straniera, che definiva nemica perché non le apparteneva e ogni parola era una faticosa conquista, queste frasi brevi con pochissimi aggettivi divennero la sua firma stilistica.

Scrivere in una lingua straniera è una scelta difficile, i ricordi rivivono nella nostra lingua e forse doverli tradurre sulla carta è un modo per dare ordine, forse anche un modo per viverli in modo più distaccato, oppure al contrario è un disperato tentativo di far comprendere quello che ci è successo a persone che, non avendolo vissuto, non possono capire.

Giudichiamo sempre gli altri e le loro scelte, soprattutto le scelte dettate dalla disperazione, a volte dimenticandoci che anche noi in quelle circostanze ci siamo comportati nello stesso modo: è più facile giudicare gli altri che prendere consapevolezza di noi stessi.

Sul palco, l’attrice Federica Fracassi dà corpo a questo racconto fatto di ricordi d’infanzia e di sogni, trasformando la fatica dell’operaia nella forza della scrittrice.

È un viaggio emozionante che parla a tutti noi di quanto sia difficile, ma necessario, trovare le parole per dire chi siamo, anche quando ci sentiamo stranieri. Questo spettacolo ci porta a chiederci cosa ascoltiamo davvero, cosa sentiamo davvero, come percepiamo davvero gli altri: siamo ancora capaci di ascoltare e di provare empatia? E siamo davvero capaci di raccontarci, di avere il coraggio di farlo cambiando linguaggio?

Vale la pena alzarsi dal divano e uscire di casa per andare a teatro a vedere “L’Analfabeta”? Se hai voglia di riflettere sul tuo modo di guardare ed ascoltare le persone intorno a te, allora ne vale la pena. Se hai voglia di sospendere il giudizio e sviluppare l’empatia verso chi cerca di comunicare con te in una lingua non sua, allora ne vale due volte la pena.

 

 – Roberta Casagranda

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