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Riforma della legge Fornero: le considerazioni di un lavoratore anziano.

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La riforma della legge Fornero, il grande dilemma governativo dei nostri tempi. Vi riportiamo di seguito le considerazioni di un nostro lettore “di mezz’età”, così come si autodefinisce, appartenente alla working class italiana.

I suoi timori e le sue sofferenze ci sono sembrati molto interessanti, essi offrono uno spaccato della “crisi” che molti colletti bianchi vivono quotidianamente oggi in Italia, soprattutto nel settore privato, nell’incertezza del proprio futuro aziendale.

Il nostro lettore fa emergere una realtà spesso ignorata, che evidenzia i sintomi di quella che gli psicologi definiscono sindrome da burnout, e ci svela l’esistenza di un gran numero di lavoratori che, a causa dello stress e del logoramento psicofisico, sta per “scoppiare” e non vede l’ora di poter cedere il passo alle nuove generazioni.

Il lettore auspica “la riforma quota 100” per dare un doppio beneficio alle aziende ed al Paese attraverso il ricambio generazionale nel mondo del lavoro.

«Gentile Direttore,

Sono molti gli articoli di stampa che toccano il “nervo scoperto” di un’eventuale riforma del sistema pensionistico italiano, ma la maggior parte dei giornalisti continua a dare ragione alla Fornero ed all’INPS, evidenziando una non sostenibilità della riforma pensionistica in termini economici per le casse dell’ente di previdenza.

Questa posizione però non tiene conto né delle esigenze di chi in pensione vorrebbe andarci perché ormai lavora da molti, troppi, anni e di chi invece, come i giovani, spera nei pensionamenti degli anziani per poter aspirare ad un posto di lavoro né delle esigenze delle aziende che hanno bisogno di lavoratori giovani e preparati, in linea con le innovazioni odierne.

Io ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare giovanissimo, nel settore privato, e con il sistema pensionistico del tempo sarei andato via col massimo dei contributi attorno ai 53 – 54 anni di età. Invece, grazie a Dini prima ed alla Fornero poi, in previsione anche dell’aumento delle aspettative di vita probabilmente vedrò la pensione, sempreché non muoio o vengo licenziato prima, ai 69 anni di età il che significa che avrò versato 50 anni di contributi.

Il precedente traguardo mi è stato, così, spostato di ben 15 anni, secondo me non sono cose da Paese civile, pur volendo capire le ragioni del portafogli dell’INPS nel quale però i soldi per intenderci sono i nostri, quelli dei lavoratori, perché lo Stato non ci regala nulla.

Se da un lato è stato spostato in avanti il traguardo della pensione in maniera esagerata, dall’altro anche la sostanza degli assegni è stata notevolmente diminuita, infatti, gli importi che paga l’INPS anche dopo 50 anni di contributi sono ora insufficienti per vivere un’esistenza decorosa.

Posso anche capire che si voglia risparmiare qualcosa nella gestione INPS, ma 15 anni di lavoro in più mi sembrano palesemente messi lì dal legislatore proprio nella speranza che il contribuente muoia e non rientri delle somme versate, dal datore di lavoro e dal dipendente, che secondo me sono considerevoli se teniamo conto che si tratta di ben 50 anni di contributi.

Poi vengono a parlarmi di stato di diritto, ma questo comportamento non si chiama forse rubare dalle tasche dei cittadini? Mi chiedo, come mai l’INPS sia così inefficiente da non essere in grado di far fruttare il denaro dei contribuenti e garantirgli una pensione dignitosa.

Lo squilibrio apportato della legge Fornero, a suo tempo, fu necessario per ripianare le voragini di debiti creati dall’assorbimento dell’INPDAP da parte dell’INPS, tutto questo per sgravare lo Stato dal pagamento dei contributi per le posizioni assicurative dei dirigenti pubblici (se non ricordo male mancavano i contributi per le esose liquidazioni di questi ultimi così riportarono, ai tempi, i quotidiani), che non erano stati mai versati e che hanno prodotto notevoli danni all’INPS; danni che poi, col benestare del governo Monti e dell’Europa, stiamo ripagando noi tutti, ma questo i giornalisti non si sa perché non lo scrivono più.

Non si riesce a capire perché per un omicidio, in media, si esca da galera dopo appena 6-7 anni, mentre per ottenere uno schifo di pensione, inadeguata al costo della vita, bisogna essere “reclusi” in un’azienda per 50 anni per versare contributi e poi non si debba sopravvivere più di 12 anni dal pensionamento, per non arrecare perdite all’INPS.

Se le cose stanno così e l’INPS non è in grado di far fruttare al meglio i contributi raccolti, allora perché non chiudere l’ente e mandare tutti a casa, soprattutto il presidente e i vari dirigenti che intanto dall’istituto continuano a percepire stipendi d’oro in cambio di una gestione fallimentare per i contribuenti?

Oltre a ciò bisognerebbe anche tener conto che le aziende hanno bisogno di giovani, perché hanno una preparazione più aggiornata e innovativa rispetto agli anziani, sanno interagire meglio con le nuove tecnologie, sono più flessibili, agili e reattivi rispetto ai lavoratori anziani ed anche più disponibili perché magari non hanno ancora un carico familiare che comporta tutta una serie di problemi, ultimo ma non ultimo, i giovani costano un terzo rispetto ai vecchi assunti e non hanno una “forma mentis” legata al passato e nella maggioranza dei casi non sono né politicizzati né sindacalizzati.

In più gli anziani, normalmente dopo i 30 anni di servizio, cominciano ad averne le “gonadi piene” di tutte le dinamiche aziendali, delle innumerevoli delusioni ed umiliazioni subite, soprattutto se non occupano posti apicali e le aziende sono soggette a ristrutturazioni continue dovute a problemi finanziari e di business. Dopo una certa età non si è più tanto disposti ad accettare le paturnie del capetto di turno e l’agilità ad apprendere ed utilizzare nuove tecnologie è come quella degli elefanti nei numeri circensi, inutile pensare che con due ore di corso di aggiornamento online si creino dei mostri di bravura, infine si è molto più sensibili ai vari malanni.

Non mi si parli del riconoscimento dell’esperienza e della memoria storica dei lavoratori anziani, perché molte aziende hanno ampiamente dimostrato che hanno occhi solo per il nuovo e tutto ciò che è stato fatto ieri, ormai non serve più a nulla e va dimenticato.

Dopo tante battaglie e sacrifici fatti in gioventù per l’azienda, spesso i lavoratori anziani brancolano nel buio, in un mondo che non è più il loro, che stentano a riconoscere, confusi, come pesci fuor d’acqua sperano solo di non essere licenziati prima di poter accedere alla meritata pensione e, intanto, vanno nel panico pensando alla famiglia da mantenere e ad una pensione sempre più grama e sempre più irraggiungibile, sperando di non diventare il bersaglio di qualche azione di mobbing aziendale.

Sempre più spesso il lavoratore di mezz’età vive in un’atmosfera aziendale surreale, allucinata e ad alto potenziale ansiogeno, che potrebbe scatenare le reazioni del protagonista di “un giorno di ordinaria follia” di Joel Schumacher interpretato dall’ottimo Michael Douglas (nella foto, courtesy of Warner Bros., NDR).

Insomma, per quanto possano essere bravi, aggiornati e volenterosi gli anziani, secondo me, non c’è competizione alcuna con i giovani. Direttore mi consenta una battuta, che nonostante l’argomento non vuole essere sessista, ma tra una giovane donna dal bel fisico ed una attempata sostenuta dal silicone, chi sceglierebbe? Ciò vale anche per le aziende, soprattutto se spostiamo il rendimento dal piano fisico a quello intellettuale. Oggi le aziende devono accontentare sempre più gli azionisti, mai appagati da dividendi e ricavi, e non possono permettersi di considerare i “casi umani”.

È sempre più frequente il caso che superati i 50 anni di età i lavoratori non siano più benaccetti in azienda, ma l’INPS nemmeno vuole farsene carico, riguardo alle carriere poi, se non le sviluppi entro i 40 anni d’età non puoi sperare che succeda dopo. Si resta insomma in bilico tra l’azienda che vorrebbe sbarazzarsi di te e dell’INPS che non vuole prenderti in carico, e questo per un periodo di circa 17 anni, praticamente un’eternità che ti distrugge psicologicamente.

Il problema, purtroppo, non è soltanto mio. Parlando con i colleghi della mia ed anche di altre aziende, in Trentino come in altre regioni d’Italia, il fenomeno appare generalizzato e molto più diffuso di quanto si possa credere. La fascia dei lavoratori delusi di mezz’età che non vede l’ora che venga approvata la riforma della legge Fornero sembra essere molto alta se non addirittura un plebiscito.

In conclusione, secondo me, mettere in pensione chi ha superato i 35, facciamo pure 40 anni di servizio ed è vicino ai 60 anni d’età non è un crimine contro lo Stato, come vogliono farci credere, ma anzi è volere dare una mano allo sviluppo ed al rilancio delle aziende, e col rilancio delle aziende si rilancia l’economia, aumenta il gettito per l’erario, si assumono i giovani, si formano nuove famiglie non più precarie, si fanno più bambini, i “cervelli” non fuggono più e torna ad esserci più gente a lavorare e a pagare le pensioni per tutti.

Se l’INPS non sa gestire i soldi per le pensioni non deve continuare a creare problemi sociali e bloccare lo sviluppo della nazione impedendo agli anziani di andare in pensione, ai giovani di trovare un posto di lavoro ed alle aziende di abbassare l’età media dei dipendenti e ritornare competitive; piuttosto, vengano sostituiti i vertici dell’INPS con manager più capaci. È facile dire non ho i soldi non pago, più difficile è trovare il sistema per far fruttare i contributi dei lavoratori e gestire meglio l’istituto di previdenza, ma questo dovrebbe stare alle capacità dei ben stipendiati gestori dell’ente.

In attesa della riforma di Salvini, che mi sembra sia stato l’unico ad individuare il problema, la saluto cordialmente.

Preferisco rimanere nell’anonimato per evitare di essere licenziato dal datore di lavoro e non essere preso in carico dall’INPS».

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