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Perché il cacao in polvere non si scioglie bene nel latte?

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Il puro cacao in polvere, senza aggiunta di emulsionanti, in genere non si mescola bene con il latte freddo: in parte forma grumi che galleggiano, in parte resta sotto forma di polvere sulla superficie del latte. Perché succede questo?

Il cacao in polvere è idrofobo, quindi idrorepellente –  spiega Silke Raffeiner, nutrizionista presso il Centro Tutela Consumatori Utenti dell’Alto Adige – . Ecco perché si scioglie difficilmente nei liquidi acquosi, come per esempio il latte. Con un piccolo trucco, tuttavia, è possibile preparare un cacao senza grumi”.

Anzitutto si mescola il cacao in polvere con pochissimo latte in una tazza. Durante questo processo si forma poco a poco una massa liscia e compatta, poiché le forze agenti fanno sì che le particelle di cacao si distribuiscano uniformemente nel latte.

Unito a latte caldo o molto caldo, questo agglomerato si scioglie molto facilmente. In base al proprio gusto, il cacao può essere infine zuccherato.

Questo trucchetto funziona anche con altri alimenti in polvere, come la farina o la fecola. Se dapprima si mescolano questi alimenti con una piccola quantità di liquido freddo, successivamente essi si sciolgono bene in zuppe o sughi.

Le miscele istantanee per bevande di cacao, del resto, contengono spesso solo una piccola percentuale di cacao – in genere appena il 20-30% –, ma per contro molto più zucchero.

Solitamente, alle miscele pronte vengono aggiunti emulsionanti (come per es. lecitina di soia) affinché la polvere si sciolga bene sia nel latte freddo sia in quello caldo.

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Quanta frutta c’è nel Muesli alla frutta?

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Per le percentuali di frutta nei prodotti della prima colazione venduti come „muesli alla frutta“ non esistono prescrizioni sulle quantità minime.

Ecco perché il contenuto di frutta essiccata varia notevolmente da prodotto a prodotto, sia in termini di quantità sia come tipo di frutta utilizzata.

Lo dice il Centro Tutela Consumatori Utenti di Bolzano secondo cui le informazioni sul contenuto di frutta si possono ricavare dalla lista di ingredienti: dalla percentuale oppure dall’ordine con cui gli ingredienti compaiono (quelli contenuti in grande quantità si trovano all’inizio).

Siccome l’uva passa è decisamente meno costosa di altri tipi di frutta secca, a molte miscele di cereali per la prima colazione viene aggiunta tanta uvetta ma pochi frutti di altro tipo.

Rispetto ai prodotti più economici, quelli più cari presentano generalmente una maggior quantità di frutta essiccata.

Tuttavia non bisognerebbe dare troppa fiducia all’immagine riportata sulla confezione, che alle volte raffigura una quantità di frutta superiore a quella effettivamente contenuta.

Del resto, una gustosa miscela di cereali la si può preparare anche da soli, combinando i singoli ingredienti: occorrono soltanto fiocchi di cereali, noci o semi oleosi e frutta fresca e/o essiccata a proprio piacere.

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Migliori ristoranti in Italia: St. Hubertus a San Cassiano riconfermato tre stelle Michelin

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Norbert Niederkofler - Chef stellato St. Hubertus

Sono dieci in totale i ristoranti catalogati come i migliori a livello nazionale e inseriti nella Guida Michelin Italia 2019.

Tra questi, anche il ristorante St. Hubertus del Rosa Alpina Hotel & SPA di San Cassiano, nel cuore dell’alta val Badia, che riconferma le tre stelle.

L’attestato è stato consegnato ai gestori dei prestigiosi locali nel corso della Michelin Star Revelation.

A ricevere il riconoscimento per la prima volta è il marchigiano Mauro Uliassi, proprietario del ristorante Uliassi di Senigallia, che raggiunge così gli altri nove, già possessori dell’ambito riconoscimento.

Questi dunque i magnifici dieci con tre stelle Michelin nella nuova guida 2019, presentata ieri (16 novembre) a Parma:

Massimiliano Alajmo, Le Calandre a Rubano (Padova); Massimo Bottura, Osteria Francescana a Modena; Chicco Cerea a Brusaporto (Bergamo); Enrico Crippa, piazza Duomo a Alba (Cuneo); Annie Feolde e Riccardo Monco, Enoteca Pinchiorri a Firenze; Norbert Niederkofler, St. Hubertus a San Cassiano (Bolzano); Niko Romito, Reale a Castel di Sangro (L’Aquila); Nadia e Giovanni Santini, Dal Pescatore, a Canneto sull’Oglio (Mantova), Heinz Beck, La Pergola, a Roma.

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Un marchio per proteggere i veri piccoli birrifici artigianali

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Piatto ricco mi ci ficco” dice la tradizione popolare, e deve essere quello che hanno pensato molte delle multinazionali della birra. Lo spazio occupato negli scaffali da marchi di birre artigianali, è artificiosamente gonfiato dalle grandi aziende che utilizzando stili di comunicazione, etichette, colori, ricette fintamente artigianali, per ritagliarsi un’altra grande fetta di mercato, a discapito dei veri micro-birrifici che della diversità, artigianalità e ricerca degli ingredienti, hanno fatto il loro punto di forza.

Per districare e smascherare chi lavora in modo corretto in questa fascia di bevande al malto, è in arrivo un marchio di riconoscimento, per distinguere i veri micro birrifici indipendenti, e proteggerli dalla recente invasione di finte birre “crafty”. E’ Unionbirrai a lanciare l’iniziativa. L’esempio viene dagli Stati Uniti e dall’Australia che da tempo hanno introdotto una politica di protezione dei produttori più piccoli, che svolgono un lavoro di grande interesse, sviluppano una importante cultura del bere bene, e creano molte occasioni e posti di lavoro.

Il marchio servirà per certificare solamente i birrifici realmente artigianali ed indipendenti. Presentato in occasione di EurHop, il Salone internazionale della birra artigianale che si è tenuto a Roma nei giorni scorsi da Unionbirrai, l’associazione di categoria dei birrifici indipendenti italiani.

L’iniziativa,  arriva perché gli scaffali dei supermarket negli ultimi anni si sono riempiti di birre cosiddette ‘crafty’, prodotti industriali che cercano di emulare – nella veste, nella comunicazione e nelle ricette – le birre artigianali autentiche. Ecco perché – spiega Vittorio Ferraris, presidente di Unionbirrai – oggi diventa indispensabile individuare un marchio di riconoscibilità che tuteli sia il settore produttivo artigianale, sia i consumatori“.

Indipendente e Artigianale” sarà la definizione a cui potranno aspirare i produttori che  dovranno rispettare i termini di legge: “La birra può definirsi artigianale solo se prodotta da birrifici indipendenti, sia dal punto di vista legale che economico, la cui produzione non superi i 200mila ettolitri l’anno. La birra, inoltre, non deve essere pastorizzata né microfiltrata“.

Unionbirrai, si occuperà di rilasciare lo stesso marchio e di ritirarlo, dopo eventuali verifiche sulla non-conformità. Sarà uno strumento di orientamento e chiarezza per sapere se il prodotto che si vuole acquistare è davvero artigianale e realizzato rispettando tutti i parametri necessari. L’Italia è uno dei primi paesi ad utilizzare questo strumento in Europa, soltanto Gran Bretagna ed Irlanda hanno un marchio simile a protezione della loro tradizione birraria. Prosit.

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