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Mamma&Donna

Nel 2018 la giustizia va declinata solo al maschile?

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Care mamme, non scrivo da un po’ ma oggi non mi escono argomenti da trattare in modo semiserio perché non riesco a smettere di pensare a quanto accaduto nelle aule di “giustizia” negli ultimi giorni a scapito di noi donne; e non solo in Italia.

Ho una figlia femmina di 9 anni. Tra pochi anni mi chiederà di andare in giro da sola con le amiche; inizierà i primi approcci col sesso maschile. E – se sarò una brava mamma e abbastanza fortunata – starà lontana da giri pericolosi.

Ma non potrò impedirle di incontrare le persone sbagliate.

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E, al contrario, molte altre mamme non saranno così fortunate come sperano; come la mamma di Desirée.

Una mamma che, per la seconda volta dopo la morte della figlia, vede fare su di lei ancora violenza; la violenza di una presunta giustizia che riesce a fare un distinguo tra violenza di gruppo e violenza individuale; considerando quest’ultima meno grave della prima, e non voglio nemmeno approfondire in che cosa consista, per questi giudici, la differenza tra le due tipologie.

Ma poi, in fondo, per una larga parte della miope e retrograda opinione pubblica italiana, se l’è pure cercata sta fine.

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E ancor prima di sbollire la rabbia per questa notizia, ci tocca leggere che in Irlanda (quindi, come vedete, quando si tratta di mortificazione della donna tutto il mondo è paese) il presunto stupratore di una 17enne è stato assolto perché la vittima indossava un tanga di pizzo.

Quella ragazza potrebbe essere mia nipote oggi. O mia figlia domani. O le vostre figlie e nipoti.

La cosiddetta giustizia del 2018 ci sta dicendo che, o torniamo ai mutandoni della nonna, o non possiamo lamentarci se l’ ”uomo” ci salta addosso come il più arcaico degli animali.

Come se poi, all’epoca dei famosi mutandoni, l’uomo non fosse comunque considerato in diritto di possedere la donna anche contro la sua volontà.

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Il problema vero poi, sapete qual è?

L’ho scoperto solo dopo essermi già a sufficienza indignata e – lasciatemelo dire – incazzata, per la notizia in sé: l’avvocato difensore di codesto stupratore, la persona che per impressionare il giudice gli ha sventolato sotto il naso il tanga indossato dalla vittima, non è l’avvocato che tutti ci immaginiamo, il tipo “che non deve chiedere mai”;
è una donna.

Capite il peso di questo fatto? Capite che, per le stesse logiche di successo e denaro che da sempre muovono gli uomini, una donna sia stata disposta a tanto nei confronti di un’altra donna?

Che poteva essere sua figlia, o sua sorella. Che potrebbe essere, un giorno, lei stessa.

Mi chiedo se in quest’ultimo caso apprezzerebbe il gesto della difesa di gettare la sua biancheria intima in pasto all’aula del tribunale, ai media, al pubblico.

Care mamme, il nostro problema e quello delle nostre figlie, nel 2018, è ancora la biancheria che indossiamo sotto ai vestiti, e la differenza tra stupro individuale e di gruppo.

Capite che questa volta non si può fare un articolo ironico o divertente.

C’è solo da essere, giustamente ma impotentemente, incazzate nere.

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