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“Bohème”: grandissimi Pop e la scenografia di Musante al Carlo Felice di Genova

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Che la Bohème, la “via” della Boemia, con la presenza rinascimentale a Praga dell’originale Imperatore Rodolfo (un caso?) II, sia la via del genio e della sregolatezza, tutti, o quasi, lo sanno. Che essa promani da zingari migranti che, attraversata la Boemia, arrivarono a Parigi violentando i costumi della rassicurante restaurazione post-napoleonica, è risaputo lungo tutto il secolo XIX.

In particolare, ciò è chiaro alla sua fine, quando Paris Ville Lumiere illumina l’intera temperie delle arti grazie a quella strana macerazione bohémienne. Zingari, intorno a Mont-Martre e nel Quartiere Latino dal 1820 vivono la notte senza tetto, o sotto i peggiori tetti, e adescano, in quel regime di libertà “coatta” (vien da dire…) frotte di giovani artisti e decadenti epateur di quei bourgeois (Benoit…) che conquistarono il potere con il 1789.

Puccini, in modo simbolista oltreché impressionista (fanno il paio, nel fin de siecle), mette 4 giovani, artisti e filosofi (Marcello, Schaunard, Colline e, finalmente, Rodolfo), in un sottotetto; stigmatizza la condizione allegramente indigente, le astuzie di sopravvivenza, l’euforia poietica, l’orgoglio artistico, la gioia di vivere e l’incoerenza con l’amore muliebre, che peraltro esplode in ovvio contrasto per Marcello, con la diciamo escort (non a caso) Musetta, e finalmente per Rodolfo con Mimì. Mimì, ci dicono “gli atti”, è povera e malata, cosa che eccita il freudiano senso di protezione coevo (anhelung typus, tipo psicologico d’appoggio, dice Freud della donna) del poeta ma vigoroso Rodolfo, che s’innamora dell’emblematica “gelida manina”.

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Ed è una fioraia, un personaggio pubblico, quindi (dobbiamo immaginarla girare per i locali e offrire fiori all’uno e all’altro…), esposta a profferte e tentazioni. Anche lei, quasi come Musetta, non è di nitida onestà, e molte regìe hanno calcato la mano su questo aspetto, sottolineandolo soprattutto nel terzo atto.

Non procedo oltre per questa via. Non è mia intenzione produrre l’ennesima interpretazione di Bohème: ma una lata introduzione fatta di concetti e di ricerca su quella che è da considerare espressione magistrale di teatro musicale lirico come poche altre (Traviata, Carmen, Il Barbiere di Siviglia, Tosca…) è doverosa. 

Ed ora, ecco la rotazione di cui ha bisogno la critica operistica: usciamo dal rito melomaniacale, e vediamo l’opera nella sua attualità. Che cosa incontra in Puccini (nel tardo Verdi, in Wagner, Mascagni o Leoncavallo, per parlare di contemporanei confronti) il fruitore, colui che col suo biglietto fa sopravvivere il grande e costosissimo crocevia artistico perenne che chiamiamo Opera Lirica, perché istituzioni ci mettano il resto?

Non vi è dubbio che il lavoro critico ha bisogno di approfondimenti e di riferimenti culturali ed esegetici: essi rappresentano l’apertura dell’opera e la sua esplicazione. Ma è il sentire d’oggi, emozioni e contenuto, l’elemento clou che la critica deve sviluppare. 

Per questo, tante diverse regìe si affollano sull’eterno ritorno dell’arte operistica: il loro successo dipende soprattutto dal “verso” dell’interpretazione. Se partono dal prodotto, crollano spesso miseramente (Bohème di Leo Muscato, 2015). Infatti, non c’è storia dopo l’interpretazione autentica delle prime (per Bohème 1896, Regio di Torino e, pochi mesi dopo, nell’ottobre al Politeama Genovese) e il lavoro di Zeffirelli, pietra miliare di filologia.

Dove cercare allora il nuovo, sempre possibile con la grande arte? Ma sul lato del fruitore, sulla possibile diversa interpretazione che l’arte sempre concede, grazie alla sua natura infinita! Ho visto opere maltrattate sopravvivere miracolosamente, e griderei al miracolo davvero se fossi un semplice critico, e non invece un sociologo dell’arte…

Noi sociologi (veri) dell’arte, noi che veniamo da quell’altrove che è l’uomo in società, noi che conosciamo quel è la vera estetica corrente per gli effetti che condivide sull’umano, noi sappiamo riconoscere quando una messinscena (non il solo lavoro del regista – primo responsabile -, ma la serie innumerevole dei fattori artistici collegati) dona senso estetico al prodotto artistico, oppure lo mortifica. Vediamo allora cos’è successo a Genova con la Bohème del regista Augusto Fornari. 

Punto primo, occorre che decodifichi la mia impressione complessiva, che è stata molto buona. Essa proviene sempre dai due fattori principali del teatro musicale lirico: musica e voci. L’interpretazione musicale da parte del maestro Sini è stata pressoché perfetta, rispettosa e puntuale, anche quando l’allestimento e i movimenti vocali sul palcoscenico non la facilitavano.

Le voci, prima di tutto Rebeka Lokar e Stefan Pop, erano benissimo coordinate, con attenzione reciproca ai momenti drammatici, per lasciare spazio alle vere emozioni dell’opera, limitando, da veri professionisti di grande maturità, il personalismo e la gara. Un bravo aggiunto a Stefan Pop, del quale è sempre visibile la collaborazione all’intero cast, e l’azione sulla scena, che conferisce dinamismo e interesse squisitamente teatrale: un vero “primouomo”, non mi stanco di dire, mai primadonna.

Trentadue anni messi proprio bene, per diventare presto una grande icona lirica: questo il suo destino, se continua a crescere come è prevedibile. Sua moglie da poco, medico chirurgo, bella e seria, è una garanzia per il suo futuro. Nessun limite visibile nel resto del cast, con uno Schaunard perfetto e un Colline evidente, che lasciano appena indietro, senza colpa, Marcello e Musetta.

La ripresa delle scenografie (2014) dell’ottimo Francesco Musante mostra come la bella figurazione migliori col passare degli anni: la scelta di inserire l’azione in un quadro quasi da teatro d’animazione ottiene risultati di coerenza gioiosa e i costumi confermano l’uso forte ma educato dei colori. Diciamo che, per il dramma, la presenza di gialli e rossi e di altro cromatismo eclatante risulta dubbio nel gusto combinato, ma preso in sé (pur consapevole della forzatura…) rimane un esercizio di altissimo livello.

Forse i codici del video non sono particolarmente idonei alla tragedia che si consuma: lo strappo finale e la venatura triste della malattia di Mimì si sarebbe prestata a un evolvere in più cupi cromatismi, andando verso l’epilogo… Ma non mi sento di dire no a questa scenografia (quel sipario portentoso!) che è in sé obiettivamente bellissima.

Mi sono rivoltato, invece, poco tempo dopo il primo utilizzo del lavoro di Musante, quando un’interpretazione allegro-delirante per certi versi analoga, ha invece martirizzato con destrezza il dramma: mi riferisco alla Bohème diretta da Leo Muscato, dallo Sferisterio al Valli e altrove nel 2015, inferiore artisticamente a questa e azzardata nei parallelismi storici con il 68 parigino.

Somiglianze di luci e colori, nonché di suggestioni provenienti dal teatro d’animazione. Risultato: come nelle regìe malfatte, l’invocazione “Zeffirelli, salvaci tu!”. 

A Genova, invece, son sicuro che il maestro fiorentino avrebbe apprezzato, come è successo a me.

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