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Tristan und Isolde: coraggio da leone e sacrificio al Comunale di Bologna

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Il ceppo operistico wagneriano ha un solo, vero ascendente: L. V. Beethoven e il suo Fidelio, già rappresentato l’anno scorso qui a Bologna, con risultato eccellente. Il resto è farina del suo sacco, e che farina! Chi mette le mani sul Tristan und Isolde lo sa: filtro d’amore e di morte, in un cocktail più forte di una droga e pressoché letale. 

Di conseguenza, non vedo come definire altrimenti l’allestimento del Tristan und Isolde di Wagner al Comunale di Bologna se non come un grande, consapevole rischio. Si sa, fa parte delle leggende del teatro musicale lirico come quest’opera del grande “genio e sregolatezza” di Bayreuth, abbia sempre messo in crisi regìe e scenografie, essendo di sostanza sentimentale, psichedelica, così profondamente poetico-lirica da fare sfigurare ogni messinscena che non avvenga all’interno del puro e semplice cranio umano. Proprio tutte. 

E ciò non significa che questo di Ralf Pleger e Alexander Polzin sia un insuccesso artistico: infatti, nel caso del Tristan il successo registico si misura come resistenza e come astuzia, perché la guerra dell’audiovideo nasce perdente e necessaria.

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Troppa l’intensità letteraria e drammaturgica, troppa la bellezza del testo wagneriano, troppa la foga e l’esprit della musica. Nessuna regìa e scenografia può superare la bellezza, umana troppo umana, di questo testo-e-musica: quando poi un’orchestra (quella del Comunale di Bologna) e un direttore (il grande Juraj Valčuha) sono in serata ispirata, quando le voci sono concentrate e ben presenti (Stefan Vinke in Tristan, Ann Petersen come Isolde, la Gubanova in Brangane, Albert Dohmen in Re Marke, Gantner in Kurwenal), con quel testo letterario da sogno di pugno del grande Richard, per qualunque regista, che non sia il semplice fruitore, è proprio finita.

Mettercisi significa accettare il sacrificio.

E così è stato anche la sera di venerdì 24. Grande eleganza bolognese nel foyer: alla cura dell’etichetta tipica di altri teatri (la Scala o la Fenice) Bologna sovrappone la joie de vivre, quindi ecco parecchi look estremi, colori anche sgargianti. E stavolta si nota meno: non c’è infatti il Nabucco in scena, ma la sfida al buon senso, il genio poetico di Wagner, un grandioso dérèglement de tous les sens (Rimbaud, 1871) e anche il look può, e forse deve, seguire. 

Vediamo allora questo bel sacrificio della regìa e della scenografia. 

Primo atto. Ottima l’idea di mettere in scena il minimo dei segni: le vele (di profilo…), che diventano colonne, sarebbe idea appropriata, e astuta! Ma il Diavolo (RW?) ci mette la coda: quelle forme pendule, più che serie stalattiti evocano strumenti d’amore carnale… Brutti o belli che siano, sono costernato: quei segni sono sbagliati! Bastava aumentarne un poco la superficie lattea per evitare che mezzo teatro vi intravvedesse quello che vi ho intravisto io (test effettuato, a domanda risposta: sono pur sempre un sociologo, e dell’arte).

Perché l’hai fatto, Pleger? Hai forse voluto inconsciamente sbagliare subito, sapendo che avresti perso, come metteva in guardia già nel 1880 l’amata Cosima erede Wagner riguardo alla messinscena del Tristan und Isolde, per poi rifarti? O proprio è sfuggito a te, al tuo occhio? Ma così anche alla produzione! Diavolo d’un Wagner! Ne hai fatto secco un altro, intanto, e hai conquistato il pubblico ai tuoi soli suoni e parole… 

Secondo atto. Richard, Pleger è una pellaccia e stavolta ti fa secco lui. Attira l’attenzione con una costruzione scenica da fare invidia a mezzo cinema contemporaneo. Sì, è vero, hai già vinto, diavolo d’un Wagner, ma devi riconoscere che ti ha avvolto voci suoni e parole con una visione che supera la quasi coeva, già citata sopra, “Lettre d’un Voyant” e anche quanto di più cool può sorprendere la vista oggi, il Cremaster Cycle di Matthew Barney. Bravissimi Pleger e Polzin.

Terzo atto. Pleger, già nelle nostre menti come il più bel S. Sebastiano della storia dell’arte (io sarei per quello di Mantegna), spira dolcemente. Nelle proiezioni e nel videomapping non riesce a volare. Eppure aveva colto la chiave per la riuscita della messinscena: il virtuale. Ma doveva essere molto più colorato e indeterminato: non optical, ma espressionismo; non geometrie fredde ma forme tinte a pastello, per poi diventare come tempeste di Turner. 

Peccato, per Pleger: aveva capito tutto. Ma è mancato in consapevolezza semiologica nel primo atto e anche in uso della tecnologia nel terzo. Rimane un passaggio registico storico, e non è per indorare la pillola: siamo andati vicinissimi a sciogliere il nodo, l’enigma wagneriano del Tristan und Isolde, a infrangere la maledizione alle sue regie.

E così, in questa calda Prima del Comunale, hanno giganteggiato Juraj Valčuha e le voci, ma anche il programma quinquennale pensato dal sovrintendente Macciardi per rivitalizzare la storia di “Wagner e Bologna”, città che più d’ogni altra ne ha capito il genio e la sregolatezza, perché sono requisiti anche un poco suoi…

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