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Mamma&Donna

Rientro dalla maternità: demansionamento in costanza di stipendio

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Lasciare il lavoro perché si scopre di aspettare un bambino e, finita la maternità, tornare in ufficio e accorgersi che nulla è più come prima: si è state relegate a mansioni inferiori, che nulla hanno a che fare con il ruolo che si svolgeva prima.

Il demansionamento in costanza di stipendio riguarda la situazione in cui la neomamma viene privata del suo ruolo precedente, pur mantenendo la stessa retribuzione.

E’ vero che lo stipendio resta uguale, ma la dignità, il senso di inadeguatezza e l’equilibrio mentale della donna, sono messi a dura prova: privata del suo ruolo può cadere in depressione, lavorare male e diventare un costo per l’azienda stessa. Con tutte le conseguenze del caso. 

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La maternità viene vista come un handicap che non permette alla neomamma di mantenere lo standard lavorativo che aveva prima della gravidanza.

Sempre più donne si rivolgono all’avvocato per trovare una conciliazione tra la lavoratrice e l’azienda. Nella maggior parte dei casi si riesce a trovare un accordo, ma ce ne sono alcuni in cui è la mamma stessa a decidere di interrompere il rapporto di lavoro. 

Per quanto il demansionamento sia scorretto e sanzionabile, va detto che è una pratica previsto dalla Legge italiana.

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Nel Jobs Act è stata inserita una disposizione che dà la possibilità di modificare le mansioni dei lavoratori, in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale individuati sulla base di parametri oggettivi. 

Quali sono i parametri da seguire?

“Secondo la legge deve conciliarsi l’interesse dell’impresa a impiegare al meglio e nel modo più utile il personale con l’interesse della lavoratrice alla tutela del proprio posto di lavoro, della propria professionalità e delle condizioni di vita ed economiche.

In pratica, se le mansioni restano all’interno dello stesso livello e il medesimo trattamento retributivo, il datore di lavoro può decidere di modificare le mansioni senza il consenso del dipendente. 

Per le mamme lavoratrici esiste il “demansionamento benevolo”, una clausola nata per tutelare la mamma ma che, in realtà, risulta essere un’arma a doppio taglio. Una sorta di declassamento che viene fatto per migliorare la condizione lavorativa della mamma, proprio perché madre di un figlio: ad esempio il passaggio ad un ufficio più tranquillo o un lavoro meno stancante. 

Risultato?

Con la scusa di tutelare la conciliazione della neomamma lavoratrice, l’azienda è libera di demansionarla per sempre. 

Come uscirne.

Innanzitutto rifiutare il demansionamento se non risponde alle effettive esigenze di miglioramento della propria vita lavorativa e di mamma o non connesso ad effettive esigenze dell’azienda. 

La strada migliore è quella di confrontarsi con i sindacati in azienda, ricorrere alla consigliera di parità e a legali esperti. 

Se il demansionamento non ha le caratteristiche descritte dalla legge, può essere ritenuto illegittimo e portato davanti al giudice del lavoro, in Tribunale. 

Quando diventa mobbing?

Un semplice declassamento non costituisce un atto di mobbing, dove invece,  la condotta del datore di lavoro si protrae nel tempo e il cui cambio di mansione è accompagnato da comportamenti ostili come l’isolamento, la diffamazione, le minacce, la presa in giro davanti ai colleghi.

Se poi tali comportamenti creano un danno alla salute, bisogna presentare un certificato preparato dal medico del lavoro e partire con una vertenza legale. 

Il cosiddetto “ onere della prova” è tutto sulla lavoratrice, che, per vincere la causa, deve dimostrare il mobbing, con documenti e prove.

Purtroppo, piuttosto che affrontare un simile stress, la maggior parte delle mamme si accontenta di una buona uscita e consegna volontariamente le proprie dimissioni.

 

Per maggiori informazioni consultate i siti della Provincia, della Rete Civica, Comune, Inps o direttamente dal vostro patronato o avvocato di fiducia.

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